Le Armonie di Werckmeister di Béla Tarr

(articolo in via di revisione)

in una città decadente, immersa in una costante penombra e afflitta da un arido torpore, arriva una bella notte un circo con due attrazioni: una gigantesca balena imbalsamata e il principe, che è una sorta di creatura deforme che sputa parole blasfeme e aizza le folle non si sa bene in quale modo. l’attrazione è seguita da un folto gruppo di persone dedite all’idolatria e al saccheggio. la storia è seguita dagli occhi di un postino, che impotente vedrà il suo mondo già devastato ridursi sempre più in macerie: l’apocalisse, profetizzata con acide parole e forse esistente da sempre, inghiottirà qualunque cosa si pari sul suo cammino.

forte di un intreccio piuttosto criptico e oscuro, le armonie di werckmeister è un film denso di metafore, di simboli, di critiche sotterranee e di un sotterraneo ma costante sotto-testo di annichilente crollo. il crollo in tarr è come mai altrove un crollo politico e sociale e al tempo stesso profondamente umano ed emotivo: politico e sociale all’interno dei meccanismi narrativi, umano ed emotivo tramite lo stile gigantesco e l’altrettanto gigantesca capacità lirica della regia. sembra proprio che stia crollando tutto ciò che effettivamente possa crollare: che l’apocalisse sia un moto universale che coinvolge ogni singolo atomo di un universo immerso in un costante crepuscolo, piuttosto che un singolo evento isolato e temuto. l’utilizzo di un cromatismo lucido ma doloroso, di piani sequenza eleganti e rallentati a raccordare inquadrature precise, mai casuali e tra il livido e il poetico (l’ingresso del mezzo registico come entità universale all’interno del sistema narrativo, dello sguardo della macchina da presa come personaggio fondamentale nell’intreccio) e l’intervento di contrappunti musicali calibrato e quasi liturgico, regalano al film un’aura di una solennità avvilente. stessa solennità in bilico tra la malinconia e l’angoscia che si respira concettualmente: le armonie di werckmeister è una favola nerissima che si struttura su una vibrazione di fondo sempre sull’orlo dell’esplosione, su un cosmo che dipinge come in bilico sul precipizio e che ci cade a rallentatore, in quello stesso precipizio, senza che mai si arrivi a vedere la deflagrazione finale: quando verso l’epilogo ci si rende conto che quella si è gia verificata si giunge alla tragica consapevolezza della sua onnipresenza, si trasla con estrema semplicità l’atmosfera di imminenza sui binari del suo stesso sfogo, che improvvisamente sembra essere esploso di continuo senza che mai si sia udito nulla di preciso. si è temuta l’apocalisse e dunque si è cominciato a sentirne l’eco senza che quella abbia mai dato sfoggio di sé. e quindi non si parla di distruzione, non propriamente di nichilismo: piuttosto si parla di un crepuscolo già annunciato, dove il sole non si è mai visto e dove il genere umano, teso nella sua meschinità, attende una fine che neanche può comprendere. la ritmica di queste immagini svela l’impossibilità e l’ubiquità di questa fine al tempo stesso: la sua dilatazione rende osservativo anche l’apice del dramma, in modo che anche un’esplosione suoni pacifica come lo scuotimento d’un filo d’erba al vento.

è un film politico ed etico ma anche di un’espressività che di fatto sta sul piano dell’estetismo anti-concettuale. il lirismo narrativo punta ad una grandiosità che di fatto rigetta il piano speculativo, e così facendo il tessuto artistico si ispessisce. l’universo simbolico viene abbracciato dall’universo emotivo dello sguardo registico, creando scene di un valore e di un impatto incredibile: tra tutte, forse per il vertice di sincretismo del sopracitato tono lirico e delle concettualità sociopolitiche, quella della devastazione dell’ospedale. il film sembra al tempo stesso aprirsi a una vastissima gamma di interpretazioni, speculazioni teoriche e letture critiche e chiudersi in una comunicazione atta a squarciare qualunque piano linguistico, a trascenderlo, a evolverlo: chiusura e apertura sembrano appartenere alla stessa linea vettoriale, centripeta e centrifuga nel medesimo istante in cui si compie l’osservazione. idea e atto coesistono in un tutt’uno vibrante, la loro è una potenza continua che richiama quella dell’apocalisse che affrescano – la danza che i due poli compiono, circolare e priva di speranza, sembra rilanciare l’attuazione di questo cinema a un momento indefinitamente (ed eternamente) successivo: sono queste immagini perennemente potenti, essendo che il risultato del loro sforzo è ubiquo e al tempo stesso assente proprio come il crollo ch’esse dipingono.

l’universale e il metafisico di cui un film come questo si fa testimone sono risultanti da un respiro che di fatto è grandioso pur volendo rigettare qualsiasi sensazionalismo, sorprendentemente anche piuttosto accessibile (dove magari roba come satantango risulta più faticosa per un pubblico allargato, chiusa in una poetica più personale, meno sincretica, più rozza) e in grado di raggiungere chiunque, che educa nella ristrettezza della sua visione lo sguardo e lo piega al suo rispetto: trovarsi dinnanzi a un episodio del genere è come trovarsi dinnanzi a un’icona religiosa che troneggia, che si spegne, che tace e col suo silenzio lambisce lo spazio che la incorona come sua dominatrice. del resto nella visione di questo film non si è soli né isolati (la mesmerizzazione dell’imagine cinematografica) ma si è schiacciati, avviliti da una presenza ingombrante che posa i suoi occhi su di noi, che ci schiaccia con esso: non è semplicemente la potenza di questo sguardo, sono anche il vigore dei suoi simboli e la magnificenza (nonché universalità) della sua tragedia.

la domanda che infine risuona nell’attimo in cui la luce si spegne e l’entità così pressante dell’immagine si dissolve, limitandosi a persistere, è quasi spiazzante: si è parlato di esseri umani? in questa densità, in questa possanza, in questa disgrazia, si è parlato di esseri umani? tutta questa solennità, infine, ci ha parlato di che cosa? – e analogamente, da cosa eravamo così schiacciati, tanto da sentirci sprofondare nell’impotenza di ciò che era il nostro di sguardi? forse questo film ci ha presi in giro, non alla maniera sorniona e beffarda di un romanziere smaliziato, né col disincanto cinico di un sofista, piuttosto come avrebbero potuto fare una pioggia battente o un’onda di piena. forse questo film è somigliato un po’ ad una scossa di terremoto, rallentata e lunghissima: lo abbiamo osservato impietriti, timorosi che arrivasse a scuoterci, capendo che era in sé stessa quella vibrazione ciò che temevamo, non un suo aggravarsi. il lascito di questa persistenza, infine, è proprio questo: non si è parlato di umani come non si è parlato di apocalisse, si è parlato della loro santità. e questa santità, demoniaca, ci ha schiacciati con la forza delle sue visioni tragiche, liriche, enormi.

che in fondo sono tutto e soltanto ciò che avrebbe mai potuto regalarci.

[★★★★★]

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