Japón di Carlos Reygadas

un tizio abbandona la città con l’intento di uccidersi. prima di prendere la sua decisione si farà ospitare da una vecchietta in un luogo astante dall’urbanizzazione, entrando in contatto con lirismo e brutalità (e brutalità lirica) approdando infine ad una riaffermazione della vita laddove la vita di qualcun altro (e qua la figura della vecchia diviene quasi spirituale) viaggia invece verso un silenzioso epilogo.

reygadas con le immagini ci sa fare. lo dimostra già in questo suo film iniziale. gioca bene coi paesaggi e gioca bene con le inquadrature, coi colori, coi ritmi. lo farà al massimo delle sue capacità in stellet licht e al massimo del sincretismo in post tenebras lux. in questo caso la terra in cui ambienta la sua ricerca della morte (che altro non è che una ricerca della vita) è un crocevia di esperienze banalizzate ma gigantesche, esposte da personaggi ambigui quanto profondamente lirici.

tra tutti la figura della vecchia padrona di casa. porta il nome di una trascendenza metafisica (ascensione) e incarna uno spirito di accettazione che sembra inglobare al tempo stesso carità cristiana e rassegnazione (se non nichilista) naturalista. il rapporto tra lei e il protagonista esploderà nella ricerca di un’affermazione sessuale che schiva qualsiasi convenzione e si riduce all’atto puro, animale ma psicanalitico, meschino ma metafisico, poetico ma volgare.

è forse il film più retorico di reygadas. di un retorismo che è lirico dalla prima all’ultima ripresa e che si esprime oltre che dalla solennità di alcune scene dall’insistenza melodrammatica delle colonne sonore. l’umanità di reygadas questa volta non può eludere la morte, non può oscurare il sole (la mano alla fine di stellet licht). a stento riflette sull’atto di fare cinema, ed è giusto così.

[★★☆☆☆]

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