Citazionismo

un artista x fa un film, un quadro o un libro. tempo dopo, un altro artista prende il contenuto di quel film, quadro, libro e lo riporta all’interno di un suo libro, film, quadro. anzi lo fa per più di una volta: la prima volta dichiara di aver fatto una ‘citazione’ e inserisce la parte riportata all’interno di un ventaglio più ampio di elementi portanti; la seconda la inserisce nel mezzo ad altre cose senza neanche saperlo; la terza ne fa una parte centrale del suo lavoro ed è consapevole di farlo ma spera che nessuno se ne accorga.

il fatto è che il postmoderno ingarbuglia un po’ la questione quando si parla di originalità in senso proprio. e se la riproducibilità toglie lo status privilegiato al primo pezzo di un’opera riproducibile (ma gliene fa acquisire un altro) cosa significa effettuare un plagio? il plagio esiste nel postmoderno? quando finisce una citazione e comincia un plagio? quando finisce una licenza e comincia il furto?

ma in senso più ampio, cosa conferisce a un’opera il suo valore quando quest’opera non ha più la sua unicità tra gli elementi costituenti? se prendo un personaggio di anderson e lo rendo protagonista di un mio film, cosa sto facendo? se giro un film di un’altra persona, soltanto con attori e mezzi miei, cosa sto producendo? la mia espressione ha un valore anche in quanto imitazione? la mia espressione ha un valore anche in quanto assemblaggio? e dove finisce comincia e finisce un assemblaggio citazionista a differenza di un assemblaggio che plagia?

si dovrebbe parlare di momento artistico. e per momento artistico intendere il momento in cui l’opera si costituisce come tale. l’emissione, per così dire. questo momento artistico è funzione di svariati aspetti che non ci interessano (altrimenti staremmo qua a fare una critica storica dell’arte, cosa che invece personalmente mi nausea) ma che generano l’atto artistico compiuto. è un po’ come parlare del contesto all’interno del quale nasce una persona e all’interno del quale il suo carattere viene determinato. qualora nascesse x anni dopo una persona caratterialmente e fisicamente identica a quella stessa persona, questa persona sarebbe effettivamente identica? oppure il fatto che sia nata x anni dopo sancirebbe una differenza a livello teorico, se non percettivo? e analogamente, se un’opera identica si ripropone in due diversi momenti artistici è davvero la stessa opera? è davvero un plagio?

è davvero utile distinguere una citazione da un plagio? no. è un po’ un paradosso linguistico. se cito un elemento, sto citando. se ne cito due, pure. se ne cito cinque? se ne cito cento? cosa differenzia una citazione da un plagio? non ha senso scendere in dettagli quasi deontologici, come del resto non ha senso mettersi a stilare una lista di elementi culturali e microcontestuali che stabiliscano quando si stia citando e quando si stia imitando, ma soprattutto quando le due cose cessino di essere un atto autonomo e diventino un atto derivativo. una citazione ha un valore concettuale identico a un plagio. e questo non devalorizza la citazione, ma avvalora il plagio.

parlare di copyright in arte è sempre stato un affare complesso perché si è sempre scontrato con l’anti-autorialità del pezzo prodotto e l’autorialità dell’emissario, ma dopo il postmoderno parlarne è diventato quasi parossistico. eppure c’è chi continua a farlo, e a gran voce e con grande interesse. con la stessa facilità con la quale un cinefilo si mette lì a notare le citazioni in un film di tarantino quello stesso cinefilo si mette ad accusare un film se contiene una citazione che l’autore non ha messo in chiaro in qualche modo. è materia per cinefili ed è giusto che resti tale, d’altronde le persone che ‘vivono’ di cinema senza sapere neanche cosa sia il cinema o cosa sia la teoria di qualcosa è giusto che neanche si avvicinino a valutazioni di questo tipo. ed è altrettanto giusto che con loro di cinema in un certo modo non si parli affatto.

la relazione tra il postmoderno e la rete è automatica non soltanto perché si originano da una direttiva relazionale (sociale) comune, ma anche perché ormai la rete è un’esasperazione di qualsiasi cosa e parlarne è utile per trovare un esempio alla portata di tutti. e relazione tra postmoderno e rete si traduce in relazione tra postmoderno e avant-pop, che poi è postmoderno aggiornato alle nuove modalità di scambio linguistico. avant-pop è comunicazione artistica in cui ogni utente si inserisce all’interno del flusso di dati con un pezzo d’arte. è praticamente come la comunicazione stessa, dove però la comunicazione si compone di atti artistici e il flusso che si forma è storia critica. in un contesto del genere, dove sta il copyright? e per semplificare senza andare in giro a parlare di amerika e di metateoria di amerika, dove sta il copyright in un post di facebook? in una foto che scatto e posto sulla rete? e cosa distingue una foto che posto sulla rete da un film che distribuisco per le sale o che mostro in giro ai miei amici?

chi parla di copyright su internet è un po’ come chi parla di legalità su internet. entrambi sono identici a chi parla di legalità all’interno dell’arte e come chi, appunto, all’interno dell’arte parla anche di diritto d’autore. questo perché internet esplicita l’anti-socialità dell’atto artistico (che poi è socialità, anzi diciamo così: metasocialità, e anti-socialità). mi spiego: mettiamo che a me piace scannare le persone e fare foto ai loro cadaveri e questo mio gesto all’interno di un determinato sviluppo espressivo diviene innegabilmente un atto, oltre che criminale, artistico. queste foto le metto su internet o ci faccio una mostra dicendo che sono persone che recitano. poi vengo scoperto, vengo arrestato e le foto vengono bandite dal panorama. le foto che ho fatto però un valore artistico ce l’hanno. e questo valore artistico che cosa comporta? se è diritto più che mio della mia arte quello di esistere ed esistere liberamente da imposizioni, perché non è altrettanto nel suo diritto il comporsi di qualcosa che al di fuori dell’atto artistico è considerato criminoso? se mi piace fare sculture di cadaveri di cani, perché queste sculture non dovrebbero esistere? la legislazione artistica è un po’ come la censura artistico-politica. perché non posso fare arte eversiva in un regime totalitario? perché il mio gesto artistico viene interpretato come un gesto politico e in quanto tale represso. ma i gesti artistici non sono sociali né politici ed è in quanto tali che andrebbero valutati. e internet in questo ci aiuterebbe.

posso avere un blog in cui parlo delle cazzate che mi pare, ma non posso avere un blog in cui incito la gente al terrorismo antisemita. da un atto espressivo e puramente comunicativo, a un sovrastrutturale atto politico-sociale. l’arte non è politico-sociale, o per lo meno, non dovrebbe essere valutata come tale. il risultato è un conflitto continuo tra libertà espressiva e struttura politica. dove per politico si intende post-sociale. ma è un conflitto di cui non ci interessa parlare adesso, per lo meno non più approfonditamente di così. non ci interessa sapere della differenza teorica tra uno snuff e un horror qualsiasi, non in questo articolo in particolare.

ci interessa sapere dell’opera e della sua autorialità. dove su internet si evidenziano i paradossi di una socializzazione dell’arte, si evidenziano anche i paradossi di una liberalizzazione che è anti-individuale, ma che su presupposti individuali deve pur basarsi. e quindi su internet non posso condividere uno snuff né posso postare la foto di un altro tizio dicendo che è mia. violo prima una norma sociale, poi una norma artisticosociale.

[parentesi: si potrebbe dire ‘se dici che è tua, è un furto. se non dici che è tua, allora non ci sono accuse che tengano’, rispondo: non è necessario che io dica di chi sia la foto. non è necessario perché non interessa a nessuno, così come non interessa a nessuno (esclusi cinefili sopra liquidati) che cosa tarantino citi o non citi o quali stili vengano adottati qua o là. è materia storico-critica, non teorico-artistica. se io apro un profilo e lo riempio di foto e filmati, la specificazione di appartenenza mortifica il mezzo che sto utilizzando. per di più, all’interno di un film la dichiarazione deontologica non esiste.]

e quindi tornando al copyright nell’arte, che altro non è che copyright in internet (solo che in internet si esprime in modo più esplicito): ha senso parlare di copyright nel mondo dell’arte? no. come non ha senso del resto parlare di legalità (analogamente a quanto non aveva senso parlare di censura dentro la rete). questa è teoria artistica.

ma la teoria artistica non ci parla di fruizione, ed è qui che abbiamo bisogno di nuovo del momento artistico.

se scopro che in un film una cosa che ho trovato carina non è originale, e quindi è citata o plagiata, la mia fruizione ne risente? è un po’ come guardare un film senza sapere che sia tratto da un fumetto o roba del genere. la mia fruizione ne viene modificata? no. nel caso dell’ispirazione romanzesca/fumettistica, il film ha un valore a sé stante, pur se in dipendenza da quello cartaceo. anzi, validità di un film ‘derivativo’ sta nell’essere il più possibile indipendente dalla matrice materica. nel caso di un’opera ‘copiata’ le cose stanno diversamente, ma in un certo senso sullo stesso piano. un film che copia qualcosa da un altro è pur sempre un episodio artistico differente, proprio come un film che si ispira o riporta fedelmente un fumetto o libro.

la questione è quella del momento artistico: un momento artistico si compone di svariati elementi e questi elementi sono a un livello così capillare e così infinitesimo da rendere ogni atto di un valore estetico, epistemologico, culturale totalmente diverso dagli altri (per quanto analoghi). lo psycho di van sant ha un valore da cinefili nell’essere un’esatta (più o meno) riproposizione di quello originale, con qualche dettaglio cambiato? oppure ha uno statuto teorico indipendente dal film di hitchcock? è ovvio che nel contesto che ha generato quell’atto artistico che poi dal momento in cui è nato si è definito indipendente dallo stesso contesto generativo ci sono stati infiniti stravolgimenti, e che il valore di uno psycho adesso è altro rispetto al valore di uno psycho girato tot anni fa.

parlare di citazione e plagio è come parlare di politica mentre si fa arte. anzi, come parlare di economia. voglio inserirci questa roba da osteria: michael jackson può aver imitato al bano ma questo non può interessare al di là di una questione di burocrazia legislativa. perché la canzone di michael jackson nasce in un momento artistico determinato e quella di al bano in un altro. sono due pezzi d’arte differenti, estremamente differenti, anche dal punto di vista prettamente melodico laddove la melodia può essere la stessa.

ed è per questo che la fruizione non cambia mai. perché l’arte oltre a essere anti-sociale è anche anti-storica. o meglio, oltre a poter essere anti-sociale, può essere anche anti-storica. e quindi van sant può arrivare e dire ‘oh, ho fatto psycho identico guardate che simpatico’ e invece può arrivare springsteen e copiare i kiss senza dirlo a nessuno oppure si può scoprire che il re leone è identico a una roba giapponese senza che ce ne freghi niente.

esiste l’imitazione dove esiste la riproducibilità? è un po’ come chiedersi se esiste la pennellata su internet. e la riproducibilità, udite udite, è sempre esistita.

si potrebbe dire, tenacemente: ok, ma per quanto riguarda la concettualità? potrei ripetere la questione del momento artistico o potrei aggiungere quella della ripetizione deleuziana e poco cambierebbe.

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