Foxcatcher di Bennett Miller

tratto da una storia vera, racconta del rapporto tra un lottatore, suo fratello e un ricco magnate che lo prende sotto la sua ala per portarlo a vincere le olimpiadi. la trama ripercorre la biografia del protagonista negli eventi limitrofi a quello che (pur decentrato) poi diventa centrale nell’economia narrativa, che poi è il finale del film.

prima che un film sullo sport è un film sui rapporti emotivi: quello tra mark e suo fratello, quello tra mark e il coach, quello tra il coach e sua madre, quello tra il coach e il fratello di mark, quello tra il fratello di mark e la sua famiglia. quello che miller dipinge è un cosmo oscuro, meschino, torbido, che nasconde non troppo bene una lunga serie di frustrazioni relazionali che non tardano ad emergere.

la riflessione politicosociale ironicamente si innesta proprio su presupposti così emotivi e così emotivamente destabilizzati.

il degenerarsi dei rapporti tra le due figure cardine del film è sotteso, quasi inspiegabile, la vicenda assume dei toni praticamente mostruosi senza poi quella mostruosità mai esibirla o darla a capire. è la regia di miller ad avere un tono mostruoso, ad incedere come un combattimento olimpico o come le ottuse parole di un patriota. il suo sguardo è determinato, sicuro, vibrante. 

è un biografico che si concentra più su ciò che sta sotto la superficie che sul cronachismo. in questo dipinge dei personaggi che per quanto possano essere meno vicini alla realtà di quanto voluto funzionano. funzionano i ritmi del racconto, funziona la timbrica, funzionano gli attori (bravo tatum, bravo ruffalo, incredibilmente e forse più di tutti steve carell -che mi sono accorto fosse steve carell durante i titoli di coda. al che, titubante, ho googlato per sincerarmi che fosse il cretino di un’impresa da dio. ed era lui-) e funziona una trama così sottile, così morbosa, così ambigua.

alla fine miller mette su un racconto alla portata di tutti, un drammatico psicoanalitico che non scende troppo in profondità ma dalla cui superficie si può sentire lo stridore delle fondamenta. non eccede mai nella sceneggiatura e il dramma che dipinge è accennato, quasi inapparente fino ai suoi esiti più tangibili.

il finale, per quanto possa sembrare spiazzante, sembra già scontato (nelle musiche, nella fotografia, nei protagonisti) dalle prime inquadrature.

[★☆☆☆☆]

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