Il Giovane Favoloso di Mario Martone

è un biografico riguardante la vita di leopardi.

la fotografia chiara e limpida, lo stile oscillante tra un film a episodi della rai e uno scimmiottamento confuso a roba di malick (soprattutto nell’ultimissima parte) che si ferma poi nella fascia mediana di una regia senza troppi pigli personali ma senza sbavature e soprattutto la costruzione di una struttura narrativa che sta tra il didattico ed il didascalico, senza mai eccedere o rarefare e soprattutto senza mai osare in qualunque senso espressivo, di certo non aiutano il lavoro di martone.

è uno di quei film (vedi i vicerè, vedi noi credevamo -dello stesso martone-) quasi filologici, ma di una filologia appena più che scolastica, film che si prendono sussidi dagli enti culturali e che di cinematografico (eccezion fatta per il medium) hanno ben poco.

eccetto rarissime scene il film sembra più che impacciato nel dipingere una figura umana senza troppo addentrarsi nei suoi abissi emotivi e nel tratteggiare una poetica (quella di questa stessa persona) senza azzardarsi a trattarla veramente. il risultato è qualcosa che continuamente verte ad uno storicismo per allodole, ad un didascalismo che sembra provenire più da una lettura approfondita di un’antologia di scuola superiore che da una riflessione sui temi trattati.

e quindi si parla di poco alla fine in questo film, nonostante la durata corposa. si parla di poco e niente, tanto da far sembrare i momenti in cui si osa di più (quelli in cui la poetica viene rappresentata o quelli in cui il protagonista dà più traccia di sé) fuoriluogo. alla fine dalla visione non si ha ben chiara né la poetica di leopardi, né la sua personalità né tutto sommato gli stessi intenti di un biografico del genere. quel che rimane impresso è proprio quello che rimane ad uno studente in testa dopo aver finito di leggere un testo di sorta e dopo averlo confrontato con gli appunti presi a lezione.

unici pigli personali sono le colonne sonore (un piacevole gorgoglio -di certo non ricercato- quantomeno più moderno di qualsiasi altra cosa che appaia sullo schermo e che vi si intraveda oltre, che a volte tristemente sfocia nel più atroce stridio come nel caso della scena in cui germano si dispera e parte una vocina proto-indie inglese) e qualche onirismo qua e là (di cui l’ultimo -che magari doveva essere il più incisivo- è tristemente il più debole). sorprende a tal proposito proprio il finale, che non rappresenta con il consueto stile (concettuale prima che registico) la fine del poeta ma che decide di soffermarsi opportunamente prima.

bravo germano, sicuramente più bella la prima parte delle altre due, rallentamenti devastanti verso la fine.

[☆☆☆☆☆]

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