The Lobster di Yorgos Lanthimos

se sei single vieni portato in un albergo in cui hai un tot di giorni per trovarti un compagno per la vita. se ce la fai puoi andare in città, se fallisci diventi un animale. in alternativa puoi stare nella foresta solo per la vita, in fuga da quelli dell’albergo che vengono a cacciarti per portarti nella struttura.

è ancora una volta un film sulle regole, regole che strutturano un cosmo sociale che questa volta più che mai è anche emotivo. ci sono regole ferree nell’albergo in cui stanno i single e ci sono regole anche fuori, nella foresta. laddove potrebbe esserci un meccanismo resistenziale anarcoide è presente soltanto una contro-regola, analoga in tutto e per tutto alla prima e forse anche più feroce nelle punizioni. e tra queste regole (da queste regole) nasce anche il sentimento d’amore, per quanto distorto: la fuga nella foresta è un risultato della prima regola, l’amore tra i due protagonisti un risultato della seconda. nasce quasi soltanto dall’impossibilità interna alla regola di strutturare una relazione emotiva.

il film potrebbe essere una difesa di un emotivismo di sorta e finisce per essere una cinica critica al genere umano: esci da una struttura per infilarti in un’altra, l’amore che trovi serve soltanto a salvarti da quest’altra ed è ironicamente simile alla prima regola dalla quale sei sfuggito. l’umanità di lanthimos (non microcosmica come quella dei primi episodi) è meschina, stupida, non può assolutamente uscire dalle gabbie che si è costruita. il suo universo è composto da continui purgatori e anzi da purgatori interni a quelli naturali (o architettonici): il linguaggio che permette ai due amanti di comunicare è governato sardonicamente da ulteriori complesse e buffe regole.

come i figli della coppia di kynodontas, i personaggi di the lobster sembrano dei bambini o degli stupidi. è come se il linguaggio che li circondasse avesse trasformato il loro mondo in un continuum idiosincratico al punto da non consentire neanche una vera e propria spinta centripeta da parte del singolo.

laddove in kynodontas il finale aperto lasciava sperare nella presenza di un piano che oltrepassasse quello chiuso e autoritario, e laddove in miss violence di avranas la prima regola (del padre) cedeva il passo a una seconda (della madre) qua lanthimos compie un ulteriore passo in avanti: dalla prima regola alla seconda e di nuovo alla prima, ma con l’illusione di essersene liberati.

e così il gesto finale, anche se in sospeso tra il compiuto e il non compiuto, suona più come la chiusura di un cerchio che come altro. un cerchio che da politico sembra farsi linguistico, e da linguistico ontologico.

è una commedia nera che diverte abbastanza e che grazie a delle esplosioni di violenza ben inserite e scene di effettiva drammaticità riesce a creare una tensione piuttosto piacevole. carine alcune scene e carino lo sprezzo per qualsiasi movimento anti-regola (politico, sociale, artistico, critico) che esce fuori dall’impianto concettuale. lo stile registico è leggermente normalizzato rispetto al lanthimos greco. bella la gestione degli attori, trattati come delle marionette qualsiasi ma con le facce della weisz e di farrell.

[★★☆☆☆]

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