Mommy di Xavier Dolan

mommy è una sorta di versione esasperata del primo film di dolan. esasperata e passata per una specie di re-interiorizzazione del suo rapporto con la madre.

dove là c’era una madre odiosa, qua c’è la madre in evidenti difficoltà (ma non priva di atteggiamenti negativi); dove là c’era un figlio normale con qualche attrito edipico di troppo, qua c’è un figlio con parecchi problemi comportamentali (violento, irrequieto, gradevole soltanto quando prende le sue medicine, di una strana fragilità mai manifesta); dove là la professoressa/amica del ragazzo, qua la vicina di casa che aiuta la famiglia a vivere (per un breve tempo) una vita normale e tranquilla; dove là c’era il collegio nel quale dolan veniva spedito, qua c’è una fantascientifica legge che permette alle famiglie di abbandonare i figli alla cura di ospedali psichiatrici.

abbandona dei toni comuni e si veste di sopratoni emotivi che rendono la narrazione continuamente più interessante di quella della controparte realistica di j’ai tué ma mère. gli scontri verbali sono anche più che mai fisici, e più che mai sia intrattenitivi sia tesi. le scene di tranquillità tra un litigio e l’altro e quelle in cui l’atmosfera si distende riescono ad accedere a una zona di commozione che invece gli altri film di dolan raramente riuscivano a raggiungere.

per quasi tutta la durata del film si hanno due bande nere laterali che chiudono il campo visivo della ripresa. in questo modo, lo sguardo si sofferma sui personaggi osservati uno ad uno senza 16:9 quasi come su di una fototessera. quando le bande scompaiono (in un momento centrale di benessere e verso la fine) il ritmo si distende ma la regia si fa anche più banale. è come se nel benessere dell”apertura’ dolan sentisse di perdere anche il suo contatto con i personaggi e con una narrazione puramente emozionale, il che più che un difetto registico riesce a sembrare una trovata stilistica vera e propria (pur forse inconsapevole).

è il film più pop del regista, dall’estetica alle colonne sonore. quella che proprio non riesce ad essere massificata è la capacità di raccontare i rapporti tra i personaggi in modo così morboso, compiuto ed efficace. dispiace che questa volta per farlo, come per tom à la ferme era il thriller, l’autore si sia dovuto appoggiare ad un apparato quasi fantascientifico. dopotutto il collegio poteva pur essere un collegio, anziché un ospedale psichiatrico. e la camicia di forza messa al protagonista suona quasi come ironica.

parecchio bravi i protagonisti, con le consuete imprecisioni stilistiche la regia, a volte moleste le colonne sonore (oasis su tutti, dido subito dietro, la del rey sul finire).

[★★☆☆☆]

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