Gozu di Takashi Miike

è un viaggio surreale e morboso, vicino tematicamente a roba lynchiana ma stilisticamente più sporco, più strambo, più discontinuo e alienante.

segue le vicende di un tizio che dopo aver mangiato un dolcetto entra in un universo più che criptico e più che continuamente simbolico, in cui ogni passo che muove ed ogni personaggio che incontra sta tra lo psicoanalitico ed il fiabesco più metaforico. la tematica centrale è quella della sessualità (vista tramite il conflitto di genere, ma anche lo sviluppo sessuale, la maturazione erotica, l’abbandono della ferinità, col rapporto col travestitismo, con l’omosessualità, con la transessualità, col dolore, con la perdita della verginità, col parto) che sta al centro di un cosmo di riferimenti più o meno chiari e più o meno necessari.

il film di miike, per sua stessa ammissione all’inizio, non è da prendere sul serio. è una sorta di scherzo. questo suona come un atto di consapevolezza metateorica e come un atto di concettualizzazione psicanalitica. non si sa bene se miike parli della sua arte o del suo modo di indagare una dinamica interiore in modo puramente e ironicamente esteriore. sia in un senso che nell’altro, il film appare come un gioco divertito. nel primo caso, uno sbeffeggiamento autoconsapevole di un certo cinema, nel secondo, uno sbeffeggiamento autoconsapevole della psicanalisi.

il finale è un disgustoso e morboso bagno di liquidi. qualunque cosa esso rappresenti, non può che stare al culmine sia dello ‘scherzo’ filmico che dello ‘scherzo’ concettuale. al top del macabro stile parodistico di miike, e richiamando anche il finale de il regno di von trier, il parto conclusivo sputa in faccia sia ad una certa godibilità del criptico sia ad una certa visione dialettizzata del conflitto identitario.

miike sembra fare quello che lynch fa in eraserhead con una forza ed uno stile decisamente più attuali, più eclettici, più divertiti.

il risultato è un’operazione che ovviamente è lontana dall’essere una novità, ma che colpisce per alienazione, morbosità e carattere narrativo. verrebbe da dire che un cinema interiore non è mai stato così strambo e opprimente. probabilmente, a ben vedere, lo è stato eccome. ma ultimata la visione è l’impressione imprecisata che non lo sia stato che ti viene lasciata addosso: complice la visceralità dello sguardo di miike, scomodamente sospeso tra underground e weird.

[★★☆☆☆]

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