The Martian di Ridley Scott

sorprende l’aura di estrema positività in questo the martian. aura che tralascia sia il misterico (pur iper-umanista) di interstellar sia la fase di smarrimento centrale di gravity, sia qualsiasi difficoltà tecnica (ma anche emotiva) di una sopravvivenza estrema a’ la cast-away sia qualsiasi emotivismo di sorta.

il matt damon abbandonato su marte si rimbocca le maniche dopo circa cinque minuti di smarrimento e di ‘non ce la farò mai’ e senza mai versare una lacrima, mai attraversare smarrimenti esistenziali, senza mai essere meno che sicuro della sua sopravvivenza e continuamente ironico, pratico, forte, si procaccia la salvezza.

ed in una positività così schiacciante ovviamente non poteva neanche esserci una solitudine a rendere più aspro il conflitto con l’ambiente circostante (universale prima che naturale). e infatti il protagonista non è quasi mai solo. ad aiutarlo la terra intera, senza differenze etniche o etiche, in uno stuolo di personaggi che è un continuo manipolo di eroi e che continuamente appaiono sullo schermo senza mai dare l’impressione di essere soli, di essere veramente abbandonati, di non avere scampo.

è un film che parla di un contrattempo che sembra durare qualche giorno, ed è un contrattempo risolto da tutto il positivismo e tutta la positiva voglia di andare avanti del genere umano. incredibilmente, di genere umano tutto si parla e non di simbolismo. matt damon non rappresenta il genere umano, non rappresenta un topico sociale crusoeiano. non prototipizza l’atteggiamento politico sociale. quello stesso atteggiamento è continuamente presente sullo schermo.

e l’ottimismo fuoriesce dall’ironia continua, dalle colonne sonore, dalla tendenza a non prendersi mai sul serio, dalla totale assenza di difficoltà, dal lieto fine già scritto in partenza, dal fatto che non si provi mai un brivido di angoscia né che nessuno sullo schermo lo provi. è un film tecnico. che cosa conta della narrazione? gli espedienti che sia il protagonista sia i tizi sulla terra si inventano per tirarsi fuori dai guai.

sembra un episodio di bear grylls allungato a due superflue ore. e se gravity era mediocre, per lo meno c’era la solitudine a rendere lo spazio quello spazio misterico e assoluto che è sempre stato. e se interstellar aveva tutti i difetti del mondo, per lo meno là c’era una tensione di fondo (pur eccessivamente e continuamente umana). qua tutti questi elementi non ci sono. non c’è lo spazio (marte è più o meno una seconda terra) non c’è la solitudine, non c’è la tensione, non c’è il mistero, non c’è la difficoltà.

apre praticamente una nuova frontiera in una fantascienza che a questo punto diviene una semplice sfida contro l’universo, da prendere di petto e da vincere a piene forze.

il risultato è patetico, e manca sia la pornoantropologia di alien sia la ricerca disperata di dio di prometheus. e che manchi qualcosa di prometheus la dice già lunga su questo film.

[☆☆☆☆☆]

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