Mary is Happy, Mary is Happy di Nawapol Thamrongrattanarit

il film si basa su una ricostruzione immaginaria di una narrazione che prende spunto da una serie di tweet sul profilo di una tizia anonima (che compaiono costantemente sullo schermo). basandosi su dei presupposti di una discontinuità così potenzialmente alienante (i tweet non descrivono situazioni, quanto più impressioni o stati d’animo o commenti difficilmente riconducibili ad un filone unitario) il film racconta l’ultimo anno di scuola di una ragazza con un’amica del cuore, delle cose da fare ed una cotta. l’amore viene deluso, le cose da fare vanno male, l’amica muore inspiegabilmente e tutto ciò si abbina ad una serie di fastidiosi quanto ironici ma drammatici avvenimenti di vario genere.

la protagonista perde progressivamente la direzione giusta. smarrisce la sua capacità decisionale, la sua vitalità emotiva, la sua identità. potrebbe essere una roba di formazione e invece il processo che si fa è quello opposto. tutto questo, grazie alla fonte dei tweet, assume spesso toni surreali e grotteschi (il fulmine che colpisce il telefono, parecchie scene qua e là) pur di giustificare qualche frase da social difficilmente collocabile tra un evento fittizio e l’altro.

con l’escamotage della commedia, il film se la cava anche nei momenti più difficili con un’eleganza involontaria. tra le altre cose, mary is happy parodizza anche una serie di stilemi e di luoghi comuni cinematografici e non, passa attraverso qualche spunto di metateoria, senza prendersi troppo sul serio gioca col fare di sé stesso consapevolmente un film (i titoli di coda durante il finale fittizio, la scena à la kar-wai etc).

la prima parte è un collage estremamente discontinuo di dialoghi tra le due protagoniste e altri eventi. verso la fine, il ritmo rallenta e si fa più intimo e più doloroso, senza però cedere il passo sulla discontinuità.

durante tutta la durata del film non si vede mai la protagonista postare un tweet. vive quello di cui scrive, ma non scrive ciò di cui vive. è come se si volesse rendere ben chiaro che il social sia l’ispirazione di una storia completamente inventata (grazie soprattutto ai toni esasperati e surreali) fin dall’inizio. in questo senso, mary is happy è anche da subito un esperimento consapevole di narrazione creativa e autocritica. non c’è alcuna pretesa nella narrazione di questo film se non quella di essere manifestamente una narrazione.

resta dubbia l’utilità di un esperimento del genere, così divertito e divertente ed emotivamente non scontato ma anche così in fondo poco memorabile. un esercizio di narrazione e di stile carino, sfaccettato e ben riuscito.

[★☆☆☆☆]

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