Blissfully Yours di Apichatpong Weerasethakul

il film comincia a metà del film, quando i protagonisti (?) viaggiano verso la foresta dove faranno un picnic. i titoli di testa partono dopo più di quaranta minuti e chiariscono l’inizio effettivo della pellicola così brusco, ma lasciano anche capire come sia niente più che un momento quello di cui questo film parla. un momento in più vite, isolato quanto isolabile, ma pur sempre un momento. un frammento di significato, laddove il significato lo si va a ricercare sempre dentro qualcosa che sembra non aver mai bussato ma sembra aver sempre voluto entrare.

questo momento si ambienta in una foresta (meno misterica di quella che sarà de lo zio boonmee, non per questo però meno spirituale/metafisica) e si rende vivo tramite lo smarrimento, la contemplazione, il corporale più discreto ma anche più schietto (le scene erotiche). accadendo ed essendo il fulcro della (non-)narrazione, il momento incorpora anche una simbologia che va a spargere per quello che, con una lucida e pacata riflessione sull’atto filmico, è stato il pre-inizio: la pelle del protagonista diventa il sintomo dell’apertura di un veicolo (qua il tizio desquamato, altrove sarà ad esempio il monaco morente) le difficoltà psico-fisiche una sovrastruttura fuorviante, i ritmi della città un contorno avvilito.

e sorprende come alla fine di questo incontro non sia successo assolutamente nulla, né dentro né fuori dal mezzo filmico. spogliato di ogni intento narrativo, il film rallenta progressivamente fino alla naturalizzazione del gesto registico. è quasi come se smettesse progressivamente di essere un film e diventasse consapevolmente l’imitazione di un movimento altro, senza dubbio meno comunicativo.

ed è così che l’apertura ascetica non viene sensazionalizzata. anzi viene appena raccontata, più che altro fatta soltanto esibita. rende accessorie anche le ultime sovrastrutture umane, quelle interiori, quelle che vengono raccontate tramite la rarissima voce narrante e tramite le stranianti apparizioni di immagini sullo schermo.

in una discrezione che è quasi consapevolmente metafisica anche prima di mostrarlo, il metafisico, blissfully yours semplicemente tace e sta immobile, proprio come la protagonista alla fine (in una rinuncia al corpo, pur reattivo però -l’erezione-). il movimento che porta il momento a passare, a farsi storia, viene riportato durante i titoli di coda.

il percorso che il film mostra, quindi, è ascendente senza un ritorno interno al ‘racconto’.

rallentato, ambiguo, appena comunicante, di quanto visto resta una domanda più teoretica che critica: si può (anzi, si è potuto) davvero raccontare qualcosa di impossibile da raccontare?

probabilmente no. e per questo alla fine il film si lascia apprezzare più per la sua riflessione sul mezzo artistico (tramite la sua struttura e la sua progressiva tendenza all’assenza) che per i suoi intenti speculativi. che sono, per definizione, dei contro-intenti.

[★★☆☆☆]

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