Inside Out di Pete Docter e Ronnie del Carmen

segue le vicende di una ragazzina di undici anni alle prese con le primissime difficoltà della vita attraverso i suoi occhi e contemporaneamente attraverso gli occhi delle sue emozioni e dei suoi meccanismi mentali, rappresentati come un mondo dinamico e bambinesco.

l’apparato teorico è quello semplificazionista individualizzato e post-pragmatista di una psicologia didascalica e colorata. in certi punti il viaggio delle due emozioni ‘smarrite’ attraverso i regni della mente si rende propriamente un tour attraverso una visione incantata e metaforica della psiche. sembra quasi esplorando il corpo umano traslato in un mondo in cui la rappresentazione è ricavata esclusivamente dalla teoretica e non ha alcun referente corporale.

si prendono in esame parecchie zone del pensiero, da quello astrattivo al subconscio e così via, ovviamente tralasciando qualunque lato morboso di un’antropologia più negativa di quella che viene messa in scena, riveduta e corretta dal pragmatismo prima e riveduta e corretta dalla struttura narrativa a misura di bambino dopo.

alcuni passaggi ironizzano quanto necessario su di una lettura che da didascalica si fa ludica. a dire il vero sorprende che a parte estetica e apparato gaggistico (ridotto al minimo) il film sembri aver cambiato audience di riferimento. le tematiche e lo stile narrativo senza climax topici (fatta eccezione per il momento di smarrimento che precede la vittoria finale) sembrano riferirsi ad una fascia di pubblico sì più ampia, ma genericamente più adulta. il sottotesto è più esplicito che in qualsiasi altro lavoro d’animazione per bambini e se sei un bambino praticamente ti perdi il 90% della roba.

era dai tempi di toy story che non si vedeva un lavoro d’animazione così squisito, dai tempi di eternal sunshine che non si vedeva un viaggio nella mente così dinamico (anche se là eravamo -comprensibilmente- su ben altre pretese teoriche) ma soprattutto non si era mai visto un lavoro d’animazione così prettamente e specificamente umanista. una volta messa da parte la cura maniacale e globale per la creazione di personaggi e microcosmi funzionanti, la pixar presta attenzione a quello che dice e basta.

l’emotività non è resa simbolica da alcun impianto metaforico o fiabesco, non ci sono giocattoli che soffrono come esseri umani né leoni che perdono i genitori, praticamente tutto il lato ‘cartoonesco’ in senso proprio e surreale è messo su un piano parallelo a quello del reale, sempre costantemente presente.

è un film d’animazione carino, per niente stancante, meno buonista del solito e non stupido. roba rara all’interno del mondo dell’animazione tutto.

[i sogni, all’interno dell’apposita sezione del mondo della mente, sono come set cinematografici con tanto di attori camerini e tecnici. ironico e bonario inserto di riflessione sul media.]

[★★☆☆☆]

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