True Detective (Stagione 2) di Nic Pizzolatto

(articolo in via di revisione)

più personaggi per rappresentare più sofferenze contemporanee e soprattutto una struttura teorica meno esplicita (manca, sostanzialmente, un personaggio intelligente che dica cose intelligenti. il teorico diventa un sottotesto che emerge dalla struttura narrativa). un nuovo caso (stavolta più rilevante di quello della stagione uno, per lo meno nelle ultime fasi) ed un nuovo messianico atto morale finale, per un finale però decisamente più negativo di quello aperto della prima stagione. nessun protagonista finisce bene, neanche quelli che sopravvivono.

la regia è decisamente più normalizzata rispetto a quella della prima stagione. anche nelle scene più concitate, capeggiate là da quella nel ghetto e qua dalla sparatoria con i messicani, non tiene affatto il passo. l’utilizzo delle telecamere è banale, spesso annoia. unica trovata carina a livello stilistico la musica sopra le righe e straniante dell’irruzione nella casa chiusa. quando si azzarda qualche citazione, come nell’episodio finale o in quello che si apre come un pezzo di twin peaks, si ottiene qualcosa di decentrato e appena ridicolo.

la trama si struttura come sempre sulla sofferenza individuale di più personaggi (questa volta un carrozzone di perdenti come non si vedeva da un po’ di tempo) e sul loro ruotare attorno ad un caso da risolvere.

tristemente l’assenza di un personaggio che espliciti elucubrazioni teoriche ha un doppio risultato: da una parte quello buono di evitare un insistere fuoriluogo su un intellettualismo un po’ ridondante, ossia quello di far rimanere la narrazione coi piedi per terra e di far passare la riflessione attraverso quanto raccontato senza un continuo esprimersi teorico all’interno del sistema dei personaggi; dall’altra quello di rendere tutti gli episodi incentrati maggiormente sulla parte ‘burocratica’ di una noia mortale.

la serie acquista punti col tempo, fino quasi alla fine mette duramente alla prova, cosa che nell’altra non accadeva per la continua presenza di una parte interessante all’interno di ogni puntata. il tizio di mcconaughey praticamente tirava avanti la narrazione. qua al suo posto non c’è nessuno, se non un po’ farrell con le sue disavventure familiari che però intrattengono soltanto quando sono al centro della narrazione.

la concettualità centrale della serie è sempre la stessa e anche questa volta funziona: personaggi negativi, sofferenti, depressi, accomunati da una decisiva e finale vocazione ad un compito più alto, che questa volta però (a causa di un sistema sociale mortificante e corrotto) non ha speranza di restare impunito.

una sorta di spiritualistica etica postmoderna, questa volta ben più che accennata come in precedenza (dalle scene dell’ultimo episodio).

ultimo episodio che è il più bello ma contiene fasi di una ridondanza e di un citazionismo fastidiosi (la lunga passeggiata finale nel deserto di vaughn).

a volte si ha l’impressione che la narrazione sia consapevole dei suoi cali di ritmo (la prima parte, ritmicamente, è completamente arenata) e che in vista di ciò piazzi sequenze musicali che cerchino di trasformare la noia in una descrizione malinconica.

indubbiamente è qualcosa di differente dalla prima stagione, ma altrettanto indubbiamente in tutti i punti in cui si ravvisa questa differenza (tranne forse nell’attenzione emotiva, gradita) si nota anche l’inferiorità di un lavoro questa volta non del tutto riuscito.

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