Lo Zio Boonmee che si Ricorda le Vite Precedenti di Apichatpong Weerasethakul

il folklore sovrannaturale e lo spiritualismo più esplicito entrano nella narrazione senza infrangere la continuità documentaristica, la dilatazione delle tempistiche o l’andamento contemplativo e quasi anti-narrativo del film. il risultato è qualcosa di sottilmente inquietante ma molto suggestivo: va a crearsi una sorta di mondo cedevole all’incanto in cui forze misteriose fanno la loro comparsa senza stupire né farsi comprendere troppo.

parla di un tizio che sta per morire. di giorno esamina la sua vita tranquilla e rurale, di notte segue la visita al suo uscio di svariati spiriti, infine il suo percorso verso la morte.

il quadro dipinto sfugge continuamente alla comprensione dei personaggi coinvolti. le apparizioni vengono vissute con uno scalpore modesto quasi i protagonisti non capiscano a tal punto un mondo ultraterreno da percepirlo come perfettamente continuo col loro. in questo senso, anche l’evento della morte sfugge in modo massiccio alla comprensione e viene relegato a un piano che non rompe con quello terreno, semplicemente ne sfugge in modo più che discreto (il protagonista, prima di partire per la grotta -che curiosamente quanto simbolicamente rappresenta la morte, viene chiamata utero e assomiglia ad un cielo stellato- dice che ‘si avvicina il momento’ e, alla richiesta di ‘quale momento?’, risponde che non lo sa bene).

il film sembra essere di un sincretismo concettuale assoluto.

da un lato parla di vita e morte in senso spiritualistico quanti anti-teorico, stabilendo un continuum tra l’una e l’altra in modo più che surreale e grottesco semplicemente straniante; dall’altro porta con uno stile tematico parecchio moderno tutta una serie di tradizioni folkloristiche allo scontro con la teoria artistica (la leggenda del pesce parlante, le scimmie fantasma) che vediamo esplicitarsi verso la fine del film per bocca del protagonista: si parla di un’autorità (politica? individuale? sociale?) che ha il potere di proiettare le ombre delle cose ed in questo modo di dissolvere le cose stesse. tramite quest’affermazione del proprio mezzo, la rilettura di un passato surreale viene sia esorcizzata sia filtrata attraverso il presente (le scene di guerra, il vivere quotidiano) sia consegnata al futuro.

chi muore vive di nuovo, chi è scomparso torna in una nuova forma, la realtà cede alla finzione e l’immagine alla parola, e nel mezzo a tutto questo c’è l’atto artistico propriamente detto.

il film è lento, ambiguo, suggestivo, quasi ironico. belle la scena iniziale, la cena con gli spettri e il finale.

bello anche il fatto che il sincretismo annulli anche il piano narrativo, mescolando la storia attuale con racconti popolari con reportage fotografici, giocando liberamente con l’onirismo e col surrealismo senza però rinunciare alla giusta dose di lento estenuante osservare quotidiano.

[★★★☆☆]

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