Poetry di Lee Chang-Dong

la spinta neorealista slitta sotto un gorgoglio personale, etico, sofferente ma anche violentemente gioioso.

parla di una donna che soffre di alzheimer e cerca di imparare a scrivere poesie, mentre scopre che suo nipote è responsabile del suicidio di una compagna di scuola (che stuprava, assieme ad altri ragazzi, regolarmente). i genitori degli altri cercano di mettere a tacere la faccenda pagando la famiglia della morta, ma alla protagonista mancano i soldi. nel tentativo di procurarseli, di sopportare il senso di colpa e il dolore, la donna arriva comunque a far uscire la poesia che cova dentro.

il film parla di parecchie cose piuttosto scabrose ma lo fa con un tono osservativo discreto, luminoso, asciutto e non esasperato (è il più asciutto di quelli di chang-dong). il quadro che esce fuori non è particolarmente edificante. l’umanità sofferta e dolorante cerca di aggrapparsi a qualunque cosa, cerca continuamente di inghiottire quanto ci sia di doloroso e nasconderlo dietro l’immagine del vivere. è quasi come se la società e l’umanità rappresentate fossero esemplificate dalla fotografia e dallo stile registico del film, nel loro rapporto con le tematiche affrontate.

tutta la dilatazione narrativa e l’incedere contraddittorio e più didascalico che drammatico sembrano quasi la preparazione al finale. così come il percorso della protagonista si snoda fino al raggiungimento della poesia, così il film procede incespicando fino ad esplodere nella declamazione del suo epilogo. in virtù di questo, comprensibilmente, gli ultimi minuti sono di gran lunga i migliori.

è nel poetico finale (che peraltro sfiora il panteistico nell’identificare la protagonista con la ragazza suicida) che si intrecciano una regia illuminata à la malick ed un denso d’amore quanto disperato canto personale.

uno di quei casi in cui una svolta finale sembra voltarsi verso la struttura che l’ha messa in piedi e guardarla dall’alto. tutta la discrezione, la dilatazione, l’indugio sul quotidiano e l’incedere quasi freddo della narrazione hanno come risultato lo sguardo degli ultimi cinque minuti. ed è uno sguardo che vale la pena osservare, nonostante incredibilmente non sia né emozionale né concettuale.

alla fine, nonostante tutti i giri di parole sulla bellezza e su altre tematiche, il film sembra parlare di quanto sia bello l’atto del vivere. ha senso quindi che nessuno dei personaggi riesca a farlo e ha senso l’atto finale del morire. per quanto nichilista, è chiaro stilisticamente fin dall’inizio quanto l’espressione della vita che si è andata cercando per quasi tutta la durata della narrazione non possa che avvenire in questo modo.

nonostante il costante rischio di cadere nel retorico, in questo senso poetry riesce a essere anche particolarmente schietto.

[★★☆☆☆]

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