Goltzius and the Pelican Company di Peter Greenaway

parla di una compagnia teatrale che mette su degli spettacoli tra il blasfemo ed il pornografico per farsi dare i soldi per la pubblicazione di libri da un regnante, proponendo sei riletture dalla bibbia a tema di sei differenti tabu sessuali.

esteticamente siamo nel metatesto puro. la riflessione sul linguaggio si fa più che mai visuale in un gioco di scatole cinesi narrative sia speculative che intreccia liberamente scrittura (testuale) pittura e recitazione (teatrale e metateatrale). l’impasto visivo che ne esce fuori è quanto di più straniante e anti-immersivo si possa ottenere da un racconto di eventi che (almeno sulla carta) parte da premesse ordinarie come questo. la fotografia, il contesto scenico (tutto è ambientato dentro un gigantesco hangar teatrale ma non si disdegnano fondali dipinti, testuali, innesti in computer grafica e quant’altro) e quello registico (alcune parti sono ancora più disorientanti -strutturalmente: riquadri, scorrimenti a mo’ di stampa o rulli rotanti etc- di quanto non si vedeva ne i racconti del cuscino o in l’ultima tempesta) contribuiscono ad alimentare il gioco perverso di greenaway.

è un film divertente ma non diverte. si snoda come una meditazione morbosa e pungente sul tema dell’antropologia artistica, linguistica e sessuale tipica anche di roba come 8 donne e 1/2 e in generale di tutta la filmografia del regista. aleggia il consueto cinismo.

l’andamento come spesso accade è tra il novellistico, l’allegorico ed il didascalico. ogni empatia è proibita, questa volta anche con il fattore puramente estetico (variato dalla pittoricità corposa dei lavori precedenti all’estetica compulsiva e televisiva dei racconti del cuscino a questo strano affresco postmoderno e saltuariamente massimalista).

carine alcune trovate, superfluo soffermarsi sul fattore tematico (ampio).

persa la solennità algida dei capolavori, dello stile narrativo rimane un pasticciato più confusionario che altro. diviene quasi sciattamente e semplicisticamente umoristico, oltre che sfacciatamente e provocatoriamente sperimentale. di un’umorismo che si struttura sì su un’analisi quasi clinico/artistica dell’apparato umano, ma che però alla lunga non fa che sembrare una traccia un po’ sbiadita di sé stesso.

[★☆☆☆☆]

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