Benny’s Video di Michael Haneke

un ragazzino, appassionato di video, uccide una ragazza imitando una clip dell’abbattimento di un maiale. i genitori scoprono il fatto e cercano in tutti i modi di proteggerlo.

analogamente all’episodio precedente sembra che il film si riferisca ad un’esteriorità che continuamente ci nega ciò che le sta dietro: non sappiamo perché benny si comporti come si comporti, non sappiamo né perché uccida, né perché sia così freddo, né perché si tagli i capelli, né perché faccia del male al suo amico ricci, né perché tradisca i suoi genitori. l’unica cosa che dice riguardo le sue azioni, quando il padre gli chiede perché abbia ucciso la ragazza, è che l’ha fatto “così, soltanto per provare”. più che ne il settimo continente sembra che al centro di tutta la struttura comunicativa del film sia situato il rapporto tra realtà e apparenza mediatica (che più che su quelli di una polemica culturale si sposta sui binari di un dibattito epistemologico): è impossibile non stabilire un parallelismo tra l’impermeabilità efferata del protagonista e delle sue azioni e la stessa impermeabilità di qualsiasi episodio di cronaca nera, o tra la sua freddezza e quella dei tizi che egli stesso osserva (non a caso tramite un video) uccidere un maiale. nella loro accessibilità, nella loro eterna presenza e nella loro continua ed opprimente riproposizione le immagini dei telegiornali, delle pubblicità, dei video amatoriali del protagonista o dello stesso film che incamera tutte queste virtualità sembrano manifestarsi in tutta la loro chiusura, tenderci una mano per non portarci da nessuna parte, accennarsi per poi negarsi. si suppone continuamente che la loro apparenza porti da qualche parte, ma questa parte stessa viene banalizzata, tagliata fuori, si defila in silenzio.

la freddezza narrativa e la totale assenza di zenith fanno sì che l’omicidio della ragazza suoni importante quanto una partita a backgammon: imitando il flusso televisivo delle immagini (che è flusso epistemologico di impressioni) benny’s video livella i suoi piani d’interpretazione ed i suoi momenti emotivamente più carichi arrivando a formulare un modello narrativo privo di un fulcro che passa per infinite dilatazioni identiche l’un l’altra, che si susseguono senza chiedere il permesso ad alcun livello di consapevolezza proprio come un quiz show e un tg della sera. la differenza col meccanismo televisivo riafferma il potere di un gesto così anacronistico e ambiguo: mentre tra quiz show e tg lo spettatore viene travolto senza accorgersene, divenendo complice del sistema comunicativo cui partecipa, dinnanzi a questo film non si può rimanere parimenti immobili, non ci si può far trascinare con la stessa facilità dal flusso di (non-)informazioni. mentre la televisione che imita è lineare, questo cinema è sinistro, spaventoso, inquietante: dal momento in cui fa un passo indietro e ci nega il suo stesso senso sembra suggerirci qualche stridore nel nostro modo di viverlo o di vivere noi stessi, stridore che nella televisione scompare e si fa sotto-testo critico e che qua, ben più corposo, rende un film così potenzialmente elementare (nel suo modo di imitare media con cui così elementarmente accettiamo di convivere) in realtà più straniante ed incomprensibile di quanto non si direbbe. l’assenza di senso, largamente accettata in vari flussi linguistici, irrompe nella comunicazione cinematografica con una forza quasi dirompente.

nel bel mezzo di un flusso così consapevolmente inutile, però, ci si ritrova in una scomoda deriva: dopo l’omicidio (decentrato ma tutto sommato centrale) il film si dilunga infinitamente arrivando a perdere quasi completamente il suo spessore comunicativo. e non che questo non sia voluto: in questo senso, anzi, benny’s video è proprio un esperimento di de-strutturazione narrativa che mira a questo. ma la de-saturazione comunicativa nel suo esprimersi così prepotentemente conduce ad un senso complessivo spiazzante, forse ancora più di tutto il complesso filmico, simile alla consapevolezza di una sorta di mediocrità basale. e di qui l’esito più anacronistico di questo episodio: benny’s video, in questo senso, ha proprio voluto essere mediocre. e in quanto esperimento c’è riuscito appieno. chi guarda dal canto suo non può che dirsi pienamente soddisfatto di questa mediocrità, essendo che una super-valutazione fraintenderebbe gli scopi stessi di un film del genere.

haneke, dal canto suo, comincia a dimostrarsi sadico proprio attraverso il suo giocare con le sue bestie anacronistiche e con lo spettatore che vi si sottopone: un film così ambiguo, così mediocre, così vuoto si impone all’attenzione di chi guarda con la stessa forza di una rivendicazione linguistica, di una svolta poetica, di una rivolta epocale. chiunque si trovi dinnanzi ad un capolavoro così deforme e meschino non può che giungere alla contraddizione che questo stesso essere esprime: è perfetto e mediocre.

[★☆☆☆☆]

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