Utsushimi di Sion Sono

è una versione grezza ed embrionale di love exposure: la parte ‘meta-‘ che sarà interiorizzata in quel lavoro qua è esteriorizzata e resa meno profonda dall’apparato documentaristico (il film è al tempo stesso una storia ed un documentario sulla realizzazione di quella storia); il versante concettuale è appena accennato e scompare (oltre una riflessione sul corpo e sull’amore) dietro visioni che sembrano soltanto parodistiche; il lato invece puramente cinematografico e il rapporto tra critica e anti-critica sembra vacillare.

si parla di una ragazza che si innamora di un cuoco e vuole perdere con lui la sua verginità. il tizio asseconda il desiderio di lei ma ne rimane innamorato e comincia quindi un inseguimento periglioso, romantico e disperato – lei, interessata solo a regalargli la sua verginità, non sembra affatto interessata ad un legame emotivo (di altro tipo). la trama, le situazioni ed il carattere generale dell’opera (nell’opera) sono continuamente esasperate e cartoonesche tanto che sembra di osservare un racconto idiota recitato da due idioti. il fatto che alla storia principale si sovrastrutturi di continuo lo sviluppo di un documentario basato sul farsi di questo film da un certo punto di vista è interessante e dall’altro rallenta di molto il potenziale impatto che questa narrazione potrebbe avere. è infatti curioso il conflitto inapparente tra la serietà delle fasi progettuali e la scanzonata demenza del risultato finale: un po’ come se il team di sono stesse lavorando a qualcosa di estremamente serio e, indipendentemente dalla sua volontà, l’esito fosse qualcosa di deforme e ridicolo. nonostante questo sghembo excursus di divertita critica cinematografica l’escamotage del documentario meta-cinematografico si esaurisce ben presto e tende a diventare un noioso contraltare ad un episodio che potenzialmente svincolato da esso sarebbe stato ben più funzionante.

quello che sarà lo spaesamento di genere di love exposure qua affiora soltanto a volte, sono poche infatti le scene che riescono ad avere un’impatto emotivo oltre la loro esteriorità demenziale, mentre le altre suonano talmente eccessive da proibire una qualsiasi visione meta-emozionale (prima tra tutti, durante una delle fasi finali, l’inseguimento fallico di una gigantesca vagina su ruote). con queste sagome, sembra dirci fin dall’inizio sono facendosi intravedere seduto al tavolo della pre-produzione, è impossibile entrare in contatto empatico: per quanto si disperino resteranno per sempre delle sagome. il loro agitarsi, il loro soffrire, la loro danza auto-distruttiva sembra una bolla di sadismo destinata ad esplodere o a farsi scorgere soltanto di lontano: ciò che nel capolavoro del regista sarà globalizzante ed avvolgente qua è ridotto, minimizzato, sembra che lo si debba guardare ben consci del fatto che non potremo mai degnarlo d’attenzioni.

il film in definitiva sembra essere più un esercizio di stile e narrativa che un momento compiuto. i suoi lati positivi finiranno tutti nei senza dubbio migliori lavori successivi, i suoi lati negativi verrano dilazionati in altre opere minori. la sporcizia della messinscena, forse il carattere più interessante di tutto l’impianto, lo catapulta in un’ottica amatoriale underground che inizia subito a stridere (e del resto è quel che abbiamo visto in bad film): non è ben chiaro quale sia l’ambito culturale di riferimento di questo episodio, come del resto non è chiara la cultura stessa che l’abbia originato – è sì quella giapponese imbevuta di post-modernismo ma al tempo stesso c’è qualcos’altro, un’infinità di qualcosa-d’altro. utsushimi è un prodotto sghembo e sgraziato, ma indubbiamente già sincretico di un sincretismo anarchico, infantile e grezzo. l’estetica di sono è in questo senso già ben definita, caratterizzata, ferocemente efficace – non è un marchio di fabbrica, è una rivendicazione grammaticale.

utsushimi ha di buono che si iscrive nel filone di sono che porterà a love exposure e poi ne discenderà, in quella poetica che ha poco di drammatico e di terreno ma che prova a parlare di dio come farebbe un bambino innamorato. in questo senso a volte sembra che questi film di sono siano più che speculativi, più che filosofici, perché ogni scena (anche se grezza e non perfettamente riuscita, come sempre succede in questo caso) è in sé stessa il tentativo della sua arte di raggiungere la narrazione (concettuale) perfetta: in questo non può che stonare ancora di più la trovata del meta-film documentaristico, che suona un po’ come una rimarcazione teorica inutile e velleitaria atta soltanto ad aggiungere cornici che consapevolizzino le immagini che vi s’inseriscono senza considerare che di per sé queste sagome sono già ampiamente consapevoli delle loro cornici: osservarle è un moto centrifugo, la nostra visione periferica coglie da subito i limiti del quadro anche senza che questi limiti si prendano una buona ora di scene per sé – del resto questa è retorica post-modernista basilare.

[★☆☆☆☆]

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