Addio al Linguaggio di Jean-Luc Godard

parecchi anni senza un film e un ritorno all’insegna della più spregiudicata provocazione intellettuale.

addio al linguaggio è, come da programma, un’operazione squisitamente linguistica nel momento in cui si basa soltanto sulle parole e sulle parole che si fanno delle (e attraverso le) immagini. l’intreccio è assente, non si capisce bene che cosa accada e forse non accade proprio nulla, è possibile al massimo scorgere qualcosa attraverso la metafora e la speculazione di fondo. la sceneggiatura si compone di un collage di citazioni e riflessioni di svariati autori passanti per le bocche di qualche protagonista e poco più. godard sembra essere giunto a un’estremizzazione del suo stesso cinema, più che mai radicale (per lo meno sulla carta) e più che mai anarchico: un cinema in cui questa volta va a scomparire perfino l’icona (la donna, le automobili, la narrazione) e in cui fondamentalmente a (voler) ‘farsi immagine’ sembra soltanto la stessa immagine (confusa, sovraesposta, maltrattata) e la semantica filosofica che la accompagna dall’inizio alla fine.

si affrontano parecchi temi dalla politica all’esigenza filosofica e si fa tutto alla francese, in quel mondo astante dal pragmatismo che è sì imbrattato nella metafora del linguaggio ma ancora di più nel frangente più barocco e formoso del fare filosofia. più che mai, adesso che è per una buona volta indiscussa protagonista, la dialettica godardiana si rivela per quello che è: un fitto coacervo di immagini evocative, di sproloqui congetturali, di evocazioni quasi-demoniache sussurrate stancamente da un cittadino dell’erudizione. ogni congettura sta sotto una coltre espressionista di parole e di frasi a effetto, e quando questa scompare resta soltanto la voglia dell’assemblatore (godard stesso) di creare un prodotto più che personale (culturalmente personale) frustrata però da una riuscita niente più che provocatoria.

è provocatoria l’avanguardia del prodotto, dalla resa visiva (collage di ritagli lo-fi, presentati ironicamente in 3d nelle sale) a quella audio (pezzi di musica classica riproposti e spesso spezzettati, frammenti che non corrispondono perfettamente a quello che vediamo) ma è provocatoria anche l’avanguardia concettuale, tanto parossistica e priva di interesse da risultare sterile: l’avanguardia di questo film sembra datarsi al periodo d’oro dello stesso regista, di cui questa estremizzazione così fuori-tempo sente apertamente la mancanza.

ha l’andamento di un monologo interiore sul fare monologhi interiori, una meditazione neanche troppo impegnata sul tutto e sul niente. l’atto del fare cinema e del pensare l’immagine, del proporla e dell’interiorizzarla si spezza di continuo e denuncia la sua stessa impossibilità. quello di godard è ancora una volta un cinema di rivoluzione, teorica quanto sociale, ma questa volta si iscrive in un sistema che lo rende ancora più delle volte scorse automaticamente superfluo. è un cinema che parla di un mondo che esiste soltanto nella sua dialettica: l’esigenza di questo cinema è scomparsa, ha già dato quel che doveva iscrivendosi in movimenti che al tempo venivano vandalizzati con furia decisamente maggiore (i capolavori del regista, ben distanti da questa traccia sbiadita, esistevano dinnanzi al linguaggio che si proponevano di demolire e reinventare facendone parte, non tirandovisi fuori in un processo di auto-annichilazione). iscritto in un post-moderno già affermato, storicizzato e resosi istituzionale questo film sembra perdere completamente di valore e di forza, non scuote né si violenta, semplicemente giace.

godard torna in scena e lo fa praticamente mettendosi comodo e dicendo le cose che gli passano per la testa, senza neanche stare troppo attaccato alla scaletta tematica. è un film puramente teoretico, anti-pragmatico e anti-sofistico, involontariamente quanto ironicamente soltanto retorico: è proprio la chimera della retorica, resasi epistemologia così efficacemente in altri e ben migliori episodi nella carriera del regista, a tornare così stancamente e farsi così stancamente manifesto di questo film. il linguaggio cui si dice a dio (paradossalmente ottenendone una riaffermazione) è quello cinematografico narrativo, comunicativo, estetico in senso classico. l’unica cosa cui si riesce a dire addio, però, è il contesto che avrebbe valorizzato un prodotto del genere e che invece adesso circoscrive questo momento di cinema esibendone la completa effimera nullità. un film di parole, una sequenza di immagini inutile accompagnata da altrettanto inutili parole/immagini: un esperimento già (e più efficacemente) sperimentato, adesso stanca ‘immagine’ di quel che è stato un intero percorso autoriale. sembra che il cinema di godard si sia rappresentato tramite questo film. non si è reso immagine (che di per sé, rispetto alla rappresentazione, avrebbe avuto ben altro da dire) si è riproposto, si è alienato, si è raffigurato, si è concentrato. e il risultato non poteva essere più ambiguo, debole e derivativo di così.

[★☆☆☆☆]

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