I Giorni del Cielo di Terrence Malick

qualcosa non va ne i giorni del cielo. la sua natura è ambigua come sono ambigui i suoi intenti, come ambiguo è il modo in cui racconta e si racconta, infine s’incendia e si abbatte. qualcosa non va in questi protagonisti: di una bellezza surreale e di un’ineffabilità incomprensibile, i cui tratti emergono a fatica ma le cui relazioni esplodono con inaudita violenza, le cui storie sono appena accennate e le cui voci si perdono in grida soffocate dal vento o in gorgoglii supplichevoli – c’è qualcosa che non va nei loro incontri, nei loro scontri come nelle loro apocalissi. sono umani, forse troppo umani, eppure i loro drammi né emergono né scuotono come le loro disgrazie non affascinano né spaventano, piuttosto li lasciano a disperarsi in disparte, in un’immersione discreta in ciò che li circonda e nell’apnea che li costringe a vagare qua e là senza alcuna meta (a lavorare per i campi, a scappare per le foreste, a stare in equilibrio su dei binari). le loro agitazioni non colpiscono, i loro amori non si mostrano, i loro stessi caratteri a malapena s’intravedono – e capiamo che bill è irruento da una manciata di fotogrammi, che lui e abby si amano da qualche altro misero istante – sono sagome giacenti, prede inconsapevoli della loro stessa piccolezza nonostante in qualche modo tutto ruoti loro attorno. qualcosa non va in tutte queste immagini, così accurate nei loro riferimenti storici ma così intense da travalicare il confine che separa l’osservazione dall’allucinazione, docili e feroci al tempo stesso – in queste tonalità di rosso che sembrano tutte assieme attendere l’esplosione di fuoco che vediamo verso il finale, che fanno risuonare ovunque la veemenza di quella fiamma (in un tramonto o in un’alba o nel grano o nel cielo) e che vibrano di un’attenzione famelica, serena e distaccata nella propria follia. tra questi campi, tra questa vegetazione, tra queste macchine, all’ombra di queste costruzioni il respiro lirico si fa testimone d’un mito rarefatto, spaventoso nel modo in cui si sottrae all’attenzione imponendosi però nella sua magnificenza: l’inquietudine dell’impressione (alcune inquadrature ricordano da vicino composizioni e giochi di luce pittorici) schiaccia il racconto, lo scruta in modo esterrefatto senza interessarsi minimamente a comprenderne le dinamiche interne – in questo senso l’espediente della bambina/narratore fornisce al film il pretesto per la propria ineffabilità, dal momento in cui molti degli eventi o delle sfumature alla base degli stessi non sono compresi proprio perché la piccola non riesce a essere presente mentre questi si manifestano. la natura delle vicende che coinvolgono i protagonisti è rarefatta nonostante a grandi linee riusciamo a capirne gli sviluppi: lo sguardo di questo cinema è disinteressato, si lascia affascinare dall’ambiente quanto dalle agitazioni di chi l’abita, non si sforza minimamente di entrare in meriti dialogici o emotivi, viene consapevolmente chiuso fuori. la ricerca d’un senso è privata dei suoi slanci antropologici, si getta anzi altrove come se la meraviglia racchiudesse in sé stessa le risposte (o per lo meno come se potesse farlo) o la tensione (esistenziale, ma soprattutto di nuovo visiva) tra le sagome che sono in gioco in queste allucinazioni racchiudesse di per sé qualche significato. e quindi, ancora, qualcosa non va ne i giorni del cielo: è un dramma sentimentale ma non coinvolge né s’incentra sul vissuto dei propri protagonisti, è un film storico ma mescola l’osservazione e la descrizione all’incubo, è un poema della visione ma si conclude in un’apocalisse che rimette in circolo qualsiasi spinta centrifuga.

la natura di questo cinema è trascendente: il suo sguardo è come quello di un bambino (appunto) e anche come quello d’un dio, si posa sull’infinità delle sue stesse creazioni e al tempo stesso deforma tutto ciò che sfiora, minimizzando le disgrazie degli esseri umani ed esasperando le finalità di questi quadri – va alla ricerca di qualcosa che non può trovare in queste immagini, ma solo nel complesso e insensato flusso ch’esse formano stando assieme. le riflessioni della voce fuori-campo si pongono allora nella stessa ottica: nel tentativo di dare un senso a quanto accade schivano la comprensione dei fatti e delle dinamiche rifugiandosi piuttosto nella meraviglia della risonanza tra sagome e natura, tra angoscia ed euforia. la trascendenza è di natura sia teologica sia teleologica: s’impone a monte di queste visioni e attraverso le stesse, determinandone le finalità – non emerge per cumulazione (grazie all’uso d’un montaggio elusivo e famelico, banalmente) ma si muove dentro ogni visione come dentro ogni suo oggetto, dentro ogni composizione e ogni colore, permeando il singolo momento come fosse parte di un tutt’uno inscindibile le cui parti risuonano della medesima intensità del sistema che compongono. interessandosi alla sua materia senza distinzioni di sorta (e per questo le vicende umane cadono volentieri in secondo piano) i giorni del cielo è teso a un disinteresse visionario, onirico nel momento in cui quanto si vede perde la sua consistenza in favore di ciò che c’è oltre (o attraverso, che dir si voglia). la ferocia dell’incendio allora non colpisce in sé, piuttosto si configura come apice d’una visività apocalittica, punto d’arrivo ideale d’un cromatismo allucinatorio che a ben vedere ha sempre avuto come meta la violenza del fuoco – è una deflagrazione di rossi e neri, di tonalità cupe e sanguigne, non di fiamme che bruciano le coltivazioni. osservando la scena si rende chiaro quanto non siano importanti le vicende che si consumano all’ombra di questa disgrazia, quando non siano interessanti in sé le locuste o le masse di persone o la fatica del lavoro o chissà che altro: tutto vibra dell’indefinibilità della visione, principio che si compone di echi e di risonanze, di colori e di ritmi, che vive nella prospettiva d’una distruzione totale – che s’imprime sulle impressioni con l’incendio, che si abbatte sulle sagome con lo sterminio shakespeariano del finale, che infine si muove di nuovo a posteriori d’un abisso che non può essere palingenetico per definizione (i limiti della visione non sono i limiti di dio). di nuovo, qualcosa non va ne i giorni del cielo: è un film che si ignora eppure si impone, che s’erge e vive ma che si distanzia e tace, che cerca e crea la meraviglia e finisce per trovarla altrove, probabilmente al di là di tutto e solo ciò che può mostrare. il suo è un flusso le cui sezioni faticano a trovare un senso proprio perché è, nel suo complesso, insignificante: della vanità di queste sofferenze, dello splendore di questi panorami, della vacuità di queste composizioni, dell’irrealtà di questi gesti – di questo si compongono i suoi slanci, di questo s’arricchisce il suo sguardo e di questo vibra. la ricerca d’un senso o d’una verità, che ci appartiene come appartiene alle sagome in cui ci specchiamo, è una presunzione di cui questo cinema non si macchia – è parte di un’umanità che si confonde in un’armonia altra, e che nel venir spazzata via testimonia la propria nullità.

[★★★☆☆]

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