Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas

è una collezione di istantanee che ruotano attorno ad una storia di scarsa importanza (il rapporto tra dei tizi benestanti e infelici con degli altrettanto infelici poveracci, conseguente conflitto improvviso e crisi esistenziale). ad intrecciarsi con la vicenda di base ci sono senza alcuna discontinuità episodi onirici, scene metafisiche, fughe personali (spesso sembra di star osservando un ricordo del regista). quel che reygadas ottiene, rendendo il suo tessuto narrativo un tessuto visivo e poi sterzando all’improvviso e facendone un singulto d’interiorità propria, è qualcosa che somiglia ad una trascendenza linguistica insozzata di concettualismo. poesia visiva e crudeltà tematica divengono un tutt’uno di contemplazione, che né descrive né immagina, ma rielabora. reygadas cerca la metafisica e più che mai la trova sia nell’osservazione incantata di scene di vita quotidana sia negli inserti surreali (il diavolo che cammina per casa, il finale tra l’apocalittico e lo splatter). in questo il suo cinema sembra voler gridare a roba tipo quella di malick che non c’è bisogno di un approccio altro che visivo per afferrare la spiritualità del messaggio comunicativo.

più che mai la struttura temporale è discontinua. anche quella spaziale lo è. ogni scena è come una fotografia isolata dal resto. dal momento in cui anche la morte del protagonista (verso il finale) rientra nel marginalizzato temporale, come marginalizzata è la vicenda centrale (addirittura, fino quasi alla fine del film, totalmente assente) ci si rende conto che di narrativo c’è ben poco, e che quel che vediamo sullo schermo mantiene una parvenza di intenti soltanto per arrivare infine a negarseli (e in questo stupirsi, stupirci, violentarsi). è come se ci fossero delle carte in tavola ma fossero mescolate a casaccio e appartenessero a giochi diversi. lo stile dilatato, incantato e algido è l’unica costante osservativa. più che giocare con il suo spettatore (il ‘montaggio’ di più episodi differenti appartenenti a piani di realtà astanti potrebbe prestarsi ad un gioco infinito di interpretazioni) post tenebras lux s’incanta a mostrarsi (e a spaventarsi – e spaventarci): il respiro non sembra allegorico né allusivo, piuttosto è come se rendesse immanenti tutte le sue possibili linee comunicative (interpretative, emotive, visive).

non è soltanto un album di diapositive interiori ad esser stato tagliuzzato e messo alla rinfusa sullo schermo, non è soltanto un album di riflessioni socio-politiche o filosofiche ad aver preso fuoco e aver sparso la sua cenere sulle immagini che ci sono proposte (come un filtro). è come se l’interiorità di questo flusso (l’interiorità che l’ha costituito) fosse un’interiorità universale che s’impiglia consapevolmente nelle sue contingenze: e quindi il suo autore è una contingenza (lo sono le sue geografie, lo sono i conflitti che l’abitano) come del resto lo siamo noi che da questo flusso veniamo assorbiti. post tenebras lux è un gorgoglio interiore privo di un fulcro, privo di una personalità. si specchia nel mondo come in noi, in intercapedini linguistico/speculative come in sardonie visive.

quel che resta al termine di questa danza crudele è qualcosa di indefinito, un po’ come se le sue immagini fossero state in grado d’assorbirci in loro e non di farsi assorbire. siamo noi che persistiamo in loro, non viceversa. è stato un po’ come imbattersi in un buco nero e perdervi all’interno qualcosa di noi.

[★★★☆☆]

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