Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas

post tenebras lux si porta dentro il peso della sua presunzione, presunzione ch’è opportuno non vedere nell’ottica di una boria consapevole quanto piuttosto in quella, più sottile e forse meno cosciente, che emerge dall’essere un lavoro monolitico, una presenza statuaria, spartiacque per definizione, che si staglia all’interno di una filmografia volendo differenziarsi da ciò che la circonda e volendo sbrigliarsi dalle similitudini che la indicizzano e la archiviano e la fanno somigliare al resto. quello di reygadas non è un film-summa, cosa che invece si è potuta dire a più riprese per il cavallo di torino di tarr o per stray dogs di tsai, dal momento in cui non radicalizza né sublima, piuttosto frammenta e sparpaglia, seziona e disintegra, librandosi poi dal suo stesso marasma per sorvolarsi e per perdersi nell’oscurità. ma andiamo per gradi.

di nuovo la luce compare nel titolo: prima è stata muta, ora sorge in favore di ciò che la precede, in quanto opposizione. dopo una breve sequenza iniziale il titolo viene mostrato a schermo durante una tempesta di lampi: la luce come singulto, quindi, come sprazzo in cui si consuma una visione istantanea e che subito si richiude in un’oscurità che vuole sembrare il naturale ordine delle cose, l’istintivo vivere (o morire?) del mondo. di nuovo, non si può non pensare alla luce come a un parallelo auto-critico sul cinema e sul dominio del visivo: se la luce effettivamente consente di vedere, essa non può che definirsi a partire da ciò che vi si oppone e ciò che pre-esiste e infine le sopravvive, la sua assenza. la ricerca di reygadas sembra orientarsi allora verso un cinema che vuole essere puro, che vuole generare una significazione indefinita incorporando la più classica dicotomia che oppone ciò che si può vedere a ciò che invece resta invisibile, tra ciò che si sente e ciò che non viene detto. un distillato di visioni, un turbine, un flusso indiscriminato di luce, di nuovo – e allora il titolo, declamatorio fino a sfiorare l’auto-ironia, non può che suonare come una rivendicazione, una radicalizzazione: dopo tutto questo cinema apparentemente pieno, ma vuoto (dopo tutte queste tenebre), finalmente un po’ di luce (e un cinema apparentemente vuoto, ma denso, pieno del suo nulla, pieno di sé). si torna alla presunzione che questo film volente o nolente esibisce fin dai suoi primissimi fotogrammi, configurandosi come un gesto che prima di tutto incorpori una precisa visione e una precisa posizione: “dopo tanto buio, finalmente qualcosa da vedere, finalmente cinema” si grida con fare entusiastico al suo interno. i limiti di questa presunzione sono i limiti di questo film così come i suoi punti di forza lo elevano a potenza.

si è parlato dell’irriducibilità di post tenebras lux, e ci sembra opportuno ribadirla per quanto possa sembrar banale: il modo in cui esso si formula e si struttura agisce proprio in questa prospettiva, quella di costituirsi come un momento di fruizione inibente, valido di per sé e rifuggente qualsiasi tentativo dialogico, qualsiasi riduzione a discorso a posteriori del suo esaurimento. nel film di reygadas non esistono né lo spazio né il tempo, o meglio, essi esistono ma si piegano al dominio di ciò che si vede: la visione è qui una forza trainante, pervasiva, che tira le fila di tutto ciò che le si offre da basamento ed esplode nella propria assenza di ordine, nella propria furia. vediamo la famiglia di protagonisti contemporaneamente su un’infinità di piani: alcuni possono essere sogni, altri ricordi, a volte siamo nel futuro e a volte sprofondiamo nel passato, altre volte ancora cambiano i volti e le lingue e ci troviamo in una terra di nessuno, a vagare per l’indistinguibilità di un frammento ch’è difficile collocare; e poi la natura, e poi il diavolo, e poi il taglialegna messicano che vive nel rimorso e che cerca la propria famiglia, e il diavolo che si aggira per casa, ma casa di chi? ecco cosa viene fuori dal tentativo di riduzione e retorizzazione del flusso di visioni: un guazzabuglio demente e più velleitario del solito, che simula più che ricomporre e opacizza più che sovrastrutturare. e però reygadas si fa forse prendere la mano e forse cede alla propria boria, e quindi lascia una traccia che potrebbe comodamente non esser tale, ma che somiglia troppo a una chiave di lettura per non consentirci di aggrapparci a lei o quantomeno di utilizzarla come pretesto per provare almeno a tratteggiare il senso di questo film: it’s a dream di neil young, che la moglie canta al marito mentre questo sta morendo (e perché sta morendo? per il colpo di pistola? c’è davvero un motivo?). “it’s a dream / only a dream / and it’s fading now / fading away / it’s only a dream / just a memory without anywhere to stay” – ecco, post tenebras lux è tutto qui. è un collage di ricordi, di impressioni, di allucinazioni, di sogni o di incubi, il cui riferimento a una narrazione (e a una realtà in cui essa presume di svilupparsi) è niente più che velleitario, niente più che un pretesto che lo spinge a rifiutarsi di aderirvi: uno sprazzo di luce disordinato, incostante, incoerente, che vuole dire troppo perché in fin dei conti non dice nulla, perché non può dire nulla, perché non ha voce, ma è luce, e semplicemente illumina. tutto al suo interno si bagna d’incanto, tutto al suo interno cede a una ridicola serietà o a una buffa auto-ironia: dal diavolo pastellato che apre le porte e si ambienta per i corridoi al finale splatter, dai grotteschi dialoghi sul sesso al maltrattamento del cane, dai ragazzi che giocano a rugby ai vecchi che si sfidano a scacchi. nulla importa, tutto s’addensa, questo cinema vive di immagini e di atmosfere e tutto il resto viene annichilito e mortificato, e a noi non resta che crogiolarci nella sua presunzione che indistingue la veglia e il sonno, il presente e il ricordo, la retorica e il gesto, lo spazio e il tempo. lungi dall’essere “solo” mostrativo, post tenebras lux è un tutt’uno immobile, sincretico per definizione, in cui nulla accade e quel che accade, semmai, lo fa tra un’inquadratura e l’altra (e quindi i bambini che crescono, l’uomo che muore, persone che vanno e che vengono). la magnificenza di questi sguardi e la loro evanescenza (le lenti che li filtrano e distorcono rendono ogni sagoma un fantasma) sono parte di ciò che essi sembrano: frammenti d’un senso che solo se si opacizza cessa di volersi identificare, e semplicemente si manifesta. nel suo essere luce il cinema di reygadas rifiuta quest’ennesima eredità: quella dell’azione, dell’avvenire, dell’essere presente – all’interno di questo mondo si può cercare di orientarsi o ci si può abbandonare completamente alla vacuità, alla densità, all’assenza: perché l’immagine non contiene in sé stessa le regole della sua applicazione, al più si limita ad accendersi e poi spegnersi, e noi ci limitiamo a guardarla e a ricordarcene.

[★★☆☆☆]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...