Drive di Nicolas Winding Refn

(articolo in via di revisione)

ancora una storia parecchio violenta e parecchio improntata più sullo stile che su una concettualità narrativa. laddove valhalla rising è stato forse il film più cervellotico e intricato dal punto di vista tematico, con drive winding refn prova a circoscriversi a ciò che gli riesce meglio, con una storia tutto sommato scontata e già vista che ruota attorno ai cardini di una violenza criminale e di una redenzione ancora una volta tra il messianico e l’etico.

c’è un tizio invischiato in loschi affari che si innamora di una tizia che sta con uno del giro e fa di tutto per salvarla.

stilisticamente il film è una piccola perla di antiretorica postmoderna e di un eclettismo che regala parecchie scene carine e un’atmosfera fresca, crepuscolare, stranamente post cyberpunk. bello l’utilizzo della musica, bella la grafica dei titoli. il complesso testimonia l’evoluzione di una poetica personale dai tempi della trilogia di pusher: l’ambiente malavitoso è sostanzialmente lo stesso, ma da un lato è ancora più imbevuto di retorica ‘di genere’ e dall’altro completamente chiuso nell’iconografia dell’umanità che intravede. l’anti-retorica dell’approccio umano che rendeva il terzo capitolo dell’epopea criminale scompare completamente dietro un’impalcatura costruita interamente su rivendicazioni estetiche, astante da qualsiasi dinamica umanista. gli esseri umani di refn sono definitivamente immagini tra immagini, sofferenti e banalizzate proprio nel loro darsi come tali.

la storia d’amore potrebbe esserci ma non si esprime mai, in una sorta di ulteriore rifiuto al convenzionalismo di genere. le scene di violenza esplicite sono poche ma parecchio incisive. in questo strano celare la violenza per renderla nucleo del personaggio principale il film riesce parecchio meglio del successivo e frustrante solo dio perdona.

praticamente è un lavoro carino e curato, piacevole e onesto: la personalità del suo autore non ingombra, non intasa il meccanismo fruitivo, non cerca inutilmente di preponderare sul materiale che esibisce. dai tempi di pusher winding refn non tirava fuori qualcosa di così riuscito e compiuto nel rapporto tra materiale narrativo e stilistico.

in un certo senso, nello scimmiottare l’estetica pubblicitaria/LA e gli anni ottanta, il film riesce ad essere serio senza prendersi troppo sul serio, a rileggere uno script banalotto in modo del tutto personale, ma non velleitario né auto-compiaciuto, e in questo ad essere anche profondamente contemporaneo: per una volta un lavoro che non muove dei passi indietro rispetto al post-moderno per rientrare in dinamiche narrativo/autoriali datate, superflue e fuoriluogo, limitandosi alla contestualizzazione (stilisticamente compiuta, non sproporzionata) di un intreccio elementare in un contesto comunicativo semplice, stilizzato ed efficace.

[★★☆☆☆]

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