Bronson di Nicolas Winding Refn

l’unica cosa che salva bronson dalla più totale mediocrità è forse uno stile che evita continuamente la retorica di qualsiasi genere registico o narrativo.

la biografia del tizio, che ruota attorno al tema della violenza e della psicosi ferina, ne esce così divertita e dinamica, buffonesca e paradossale.

tom hardy tiene sulle spalle un ruolo strambo, come strambi sono i ritmi del film, come strambi sono i topici che vengono distorti. non è un film psicologico, non è un film carcerario, non è un biografico, non è un drammatico né un comico, non è un parodistico, non è un grottesco. più che essere eclettico, lo stile di winding refn è ben oltre il personale, è ambiguo e impattivo: sembra però che, più che cercare trovare una dimensione propria, quello che si fa non è altro che sgomitare per escludere delle poetiche altrui.

da questo film emergono soltanto due ingombranze strettamente collegate: quella autoriale e quella stilistica. nel porsi come manifesto di discontinuità vero e proprio,  bronson non fa che imporsi all’attenzione di chi guarda come un oggetto privato, privatamente formale, che schiva qualsiasi tipo di comunicazione non-culturale. sembra anzi che si parli soltanto di cultura, in fin dei conti, nell’escludere lo spettatore da qualsiasi considerazione (o fruizione) non formale. in questo senso parlare di manierismo è forse limitativo per quanto riguarda il cinema di refn.

la mano critica e disperatamente supponente del regista salva il film dalla pila degli scarti, ma di certo non da una sceneggiatura priva di guizzi, una narrazione senza il giusto piglio ed una trama che sembra frettolosa ed incompiuta. il senso complessivo è quello di un esercizio con qualche trovata ma in fin dei conti senza carattere: una poetica che va affermandosi, appunto, ma che per il momento non si afferma affatto. una rivendicazione polemica e schiva, più che una gemma di poetica a sé stante. una decostruzione neanche troppo anarchica, che riformula più che distruggere e che schiva più che ergersi.

compiutamente, sembra che refn stia cercando una dimensione sua. con questo film questa dimensione non si dà, stanca solamente, ingabbiata in un labirinto di rifiuti e opposizioni che fondamentalmente non porta da nessuna parte.

[★☆☆☆☆]

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