L’Arte del Sogno di Michel Gondry

(articolo in via di revisione)

la vita sociale e poi amorosa del protagonista viene vissuta nel continuo conflitto tra sogno e realtà, fino al collasso finale dei due piani.

questa volta non ci si può confondere tra sogno e realtà: la mente reinterpreta quanto accade fuori, ma è squisitamente bambinesca e surreale, esteticamente quanto fisicamente. gondry mette in scena città di cartone, installazioni moventi, deliri visivi in modo delizioso infantile e semplice, evitando la computer grafica con la cura di un artigiano psicotico.

si gioca con l’interpretazione della mente (la testa del protagonista è più volte esibita come una stanza, con tanto di occhi/finestre e di porta verso la memoria e l’inconscio) col montaggio (i congegni che il tizio inventa gli danno potere sulla linea temporale, che vediamo manifestarsi con loop di scene o altri artifici) con l’immaginazione in generale (cavalcate su destrieri di pezza, grotte fiabesche, apocalissi di carta).

visivamente, il film è un volo pindarico di libertà creativa e di gioco estetico. concettualmente, un esperimento leggero e divertito sul cinema e sulla stratificazione sceneggiaturiale.

i due livelli fondamentali (sogno e realtà) si sovrappongono sempre di più, arrivano a coesistere ed i loro confini li perdi mentre cerchi di pensare a cosa una cosa nel sogno possa significare nella realtà, che ormai hai perso del tutto di vista.

il sognatore protagonista è incantato ma anche profondamente sofferente. il finale schiude il film a un pessimismo che contrasta parecchio con l’impianto estetico del film, e che si rivela anche parecchio consapevole della sua leggerezza apparente. a gondry piace giocare, ma il suo gioco è ancora una volta intelligente, cinico e doloroso. la malinconia e l’incanto celano a fatica delle fughe tematiche verso un criticismo doloroso e disincantato.

sono quasi la voglia di sognare laddove si possa ancora farlo, di creare un microcosmo infantile nella rappresentazione ma adulto negli intenti all’interno del tessuto filmico.

il film è carino, scorre bene, è bello da vedere. la forza narrativa non si basa sul racconto, che invece suona piuttosto banale e scemotto, quanto sul modo in cui la lettura della mente (ancora una volta soggettivizzante) è messa in scena e resa viva.

[★★☆☆☆]

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