This Must Be the Place di Paolo Sorrentino

alcune cose di questo film lo fanno sembrare di un provincialismo quasi involontariamente autoironico: il protagonista sembra una caricatura di robert smith, alcune scene dipingono uno smarrimento esistenziale più divertente che divertito, il finale oscilla tra il retorico, il paternalistico ed il semplicemente stupido, accartocciando quella che potrebbe essere una parabola postmoderna e rendendola una blanda critica umanista.

parla di questo robert smith che vive la morte del suo idealismo artistico (l’avanguardia è praticamente vista all’ombra di sé stessa, in modo adulto quanto cinico) e che nello smarrimento esistenzialista parte dal decesso di un padre con cui peraltro non era in buoni rapporti ad indagare per trovare il nazista che fu suo aguzzino e avere la sua vendetta. inutile dirsi che le finalità del suo viaggio sono totalmente effimere ed incerte e che il film si basa più sul suo percorso (di crescita, tristemente) per arrivare a trovare questo tizio.

ci sono parecchie tematiche in ballo e fino a che il film non implode nella sua stupidità sembrano stare tutte buffonescamente in piedi. il tentativo di sorrentino è quello di costruire un universo di disillusione e poi a sorpresa infarcirlo di una rigogliosa umanità: una specie di plot twist concettuale mirato a ribaltare il sistema narrativo e a scioglierlo con una semplicità – e qui forse il difetto più grave – disarmante quanto avvilente.

la regia è potente e diverte, il sistema dei personaggi sembra parodizzarsi da solo (e questo da un lato è un punto di forza della narrativa estetica grottesca e idiosincratica, dall’altro un fianco scoperto dell’impianto teorico – il sottotesto è banale e si scopre man mano che si va avanti sempre più banale -).

è bella la scena in cui il vecchio nazista racconta l’accaduto e la ripresa sembra ripercorrere un mantra mnemonico.

carino è anche il clima di assenza di senso camussiano (scomodamente tradotta in momentanea decadenza finalizzata al ritrovamento di sé). alla fine robert smith smette di vestirsi da robert smith e questo suona più che semplicistico, più che acerbo.

sorrentino sembra dire che l’esistenzialismo sia uno smarrimento momentaneo, una fase di adolescenza dell’umanità grottescamente prolungata oltre il dovere. è una visione pressappochista ed è un peccato essendo che magari con la voglia di essere meno buonisti e meno supponenti il finale poteva essere meno scemo e il film stare ben più in alto nella scala valutativa.

[★☆☆☆☆]

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