La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino

(articolo in via di revisione)

per certi versi ricorda il ventre dell’architetto di greenaway, non ci sono però tematiche freudiane né morbosità varie, tantomeno la compiutezza estetica/pittorica o il respiro cinico e devastante; per certi altri (la maggior parte) si riferisce inevitabilmente a la dolce vita, riprendendone struttura e tematiche portanti.

sorrentino da una parte ha un modo iperdinamico di fare regia, con camere che svolazzano e che seguono e che si spostano (anche se forse non in questo film più di altri. dal punto di vista strettamente tecnico this must be the place era superiore, per non parlare dell’impianto sregolato e divertito de il divo) dall’altra una capacità di scrittura quantomeno discutibile.

più che discutibile, sorprendentemente immatura tanto da sembrare semplificata.

si parla di un tizio che ha visto morire la sua vena artistica ed è diventato un decadente critico, tra una festa e l’altra. si sposta per roma tra le varie bellezze (ridotte allo scenografico) e tra un cosmo di personaggi alla ricerca di sé, tra una critica all’intellettualismo e l’altra, infine va trovando sé stesso in un ritorno ad un nucleo intimista ed originario.

si dipinge un sistema di personaggi continuamente infelici ma che continuamente osservano la felicità e ne vanno in cerca, in modo tipicamente postmoderno ma anche anti-esistenzialista. il percorso che porta alla serenità si snoda per svariati cunicoli di smarrimento individuale e relazionale.

la conclusione è da terza media. sembra quasi una negazione di tutte le tematiche affrontate durante il film. già l’ingresso della santa nella narrazione fa suonare più di una campanella d’allarme. quando poi c’è il discorso sulle ‘radici’ l’edificio narrativo sembra tremare e poi rivoltarsi e allora sembra quasi di poterne vedere le fondamenta: laddove sembrava esserci post-esistenzialismo e postmodernismo altro non c’era che uno sciatto umanesimo militante, un tirare i remi in barca e dirsi emotivi, intimi, serenamente astanti da un flusso che (forse non lo si sa, forse non lo si considera) si è originato proprio dalla stessa emotiva intima e serena distanza che qua sembra essere la bussola che impedisce al protagonista di smarrirsi per sempre.

la società che viene presentata e criticata è una denaturazione, una svogliata marcescenza etico-individuale.

come in this must be the place, ogni intento tematico e concettuale si rivela debole ed alcune scene in vista di ciò perdono la loro funzione di inspessimento e divengono soltanto un tentativo di estetizzare una critica pressappochista e acerba (qua, tanto per fare uno dei mille esempi possibili, la scena del chirurgo plastico. in this must be the place, le svariate presentazioni del protagonista nel suo ambiente domestico).

è un peccato che una regia così potente e divertente (apice del divertimento era ne il divo, in cui per lo meno non si veniva disturbati da una retorica così sciatta) ed una costruzione di personaggi così ironica e grottesca debbano scontrarsi con un contenuto così debole.

parecchie tematiche al fuoco, parecchi personaggi carini, parecchie belle inquadrature ed alla fine un disperato tentativo di regalare tutto il lavoro ad una scomoda mediocrità. al netto di questa grave lacuna concettuale, il film riesce comunque a funzionare grazie ad una potenza visiva e descrittiva innegabili.

è un peccato. forse sorrentino dovrebbe smettere di scriversi i film e fare ciò che gli riesce meglio: rendere quanto raccontato un vigoroso simulacro estetico.

[★☆☆☆☆]

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