Gomorra di Matteo Garrone

operazione di post-neorealismo tanto schiacciante quanto astante sia dalla denuncia sia dai territori squallidi dell’inchiesta.

una serie di racconti degradati e laceranti, osservati con una cura ed una ferocia avvilenti.

la regia è buona, le vicende in sé neanche troppo rilevanti. la poca musica che si sente è quella popolare neomelodica, non ci sono sovrastrutture di sorta che interferiscano con la presentazione quasi fotografica delle situazioni citate. il film sembra parlare di un contesto, più che di personaggi, ed è un contesto muto quanto marcio in cui l’individualità si arrende sia al ritualismo sia alla bassezza più meschina. in qualche modo, è un documentario d’ambiente.

garrone ci descrive il suo inferno in modo da farcelo sembrare tanto distante da non aver bisogno neanche di fughe grottesche o sceneggiaturiali, semplicemente osservando come un fantasma le anime perse che si muovono nel loro degrado (dal sapore quasi post-sociale).

si ottiene l’alienazione tramite la banalizzazione di un mondo gigantesco di cui continuamente vediamo affiorare i frutti, senza che né le dinamiche né i basamenti né particolari alambicchi narrativi stiano a catalizzare l’attenzione o a distoglierla. unica costante dei racconti è il senso imminente di pericolo, che senza alcuna interferenza si rende pericolo cinematografico (più che empatico): non si teme che si verifichi qualcosa di violento sullo schermo per salvaguardarsi da un ‘pugno allo stomaco’ narrativo, tematico, emotivo, piuttosto lo si fa perché la maggior parte delle inquadrature, chiuse su di un frammento della realtà ambientale rappresentata, chiudono fuori dall’immagine in esame un contesto che invece è più che basale per la stessa. da un momento all’altro, dall’esterno del quadro che ci è dato di vedere potrebbe intromettersi qualcosa di dannoso (un colpo di coltello, uno sparo, la manifestazione di una minaccia di cui non eravamo testimoni, ma di cui eravamo consapevoli): lo stato di allerta è dato dalla stessa realtà che viene presentata e dal modo in cui l’ottica di garrone ritaglia uno spazio di quella realtà rendendolo prima immagine che comunicazione, ed è un’allerta che si lega alla stessa composizione dell’immagine più che a qualcosa di altro (banalmente, al sangue e alla violenza sullo schermo che da un momento all’altro potrebbero esplodere più che all’umanità di chi guarda. al posto dei coltelli e delle pistole, a minacciare lo spazio del ‘racconto’ dall’esterno dello sguardo registico, potevano esserci anche delle esplosioni di vernice o rumori qualsiasi).

in un certo senso in gomorra non si parla neanche di un problema, non si fa neanche una critica, semplicemente si accompagna lo sguardo dello spettatore in un mondo che è opprimente proprio per il modo in cui ci si dà, ed in questo si manifesta una sfrontata e maniacale maestria. sembra che la saggistica sociale e giornalistica si abbini con estrema disinvoltura ad un’efficace teoria cinematografica.

[★★☆☆☆]

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