Be Sure to Share di Sion Sono

il rendimento altalenante di una buona parte dei registi nipponici (tra cui il produttivissimo e troppo spesso mediocre miike) è di un’evidenza incontrovertibile. ne è un esempio questo be sure to share, film che esce indicativamente tra love exposure e cold fish. film a tratti difficile da comprendere, non tanto per chissà quale struttura comunicativa quanto più semplicemente perché, nella sua ingenuità e nella sua debolezza, risulta a malapena inquadrabile all’interno della carriera di sono tutta. le sue intenzioni del resto ben chiare: limitare la portata disperante di queste immagini, lasciandole aderire nella loro idiozia a un delicato emotivismo. privo dell’esasperazione tipica di queste sagome il racconto si spoglia allora della sua ferocia e della sua demenzialità, lasciandosi cullare da un’intimità crescente, atta a mitigare possibili esiti perturbanti (che però, per quanto nascosti, ci sono eccome).

sulla carta il film già annuncia il suo tono: un giovane scopre che il padre sta per morire di cancro e si trova a rimpiangere bei momenti che non ha potuto vivere al suo fianco. l’estetica patinata, edulcorata e docile che già abbiamo visto nei momenti più ridicolmente soap-operistici di altri episodi qua diviene l’unico pattern forma/colore esistente, così come la colonna sonora s’adagia su frequenze d’una banalità disarmante, forte della propria elementarità come la ninnananna d’un bambino e d’altronde priva di qualsiasi inquietudine, tanto rasserenata da sembrare il frutto di un ritorno a un’ideale età dell’innocenza, scevra da sincretismi di sorta. drammatico e trasognato, il clima è talmente appiattito da strizzare l’occhio a una telenovela priva d’una classica centralità del conflitto: il dolore che anima i protagonisti e ricolma di tensione i loro gesti è a ben vedere una malinconia fanciullesca, chiusa nella propria semplicità e tesa a rigettare qualunque intromissione esterna. in questo senso la stilistica del film, di fatto la sua parte più debole, svela la propria auto-consapevolezza: quest’emotività è per bambini, così come sono infantili (ma universali) le angosce che l’attraversano. l’atmosfera forzosamente sciatta e stucchevole è allora una rivendicazione d’intenti, suggerisce che queste sofferenze non sono altro che periferiche totalità, mediocri specchi di uno struggimento che in qualche modo coinvolge tutti. la tragedia della perdita è una tragedia ridicola, viene suggerito, eppure non c’è modo di sfuggirle. la nausea monocorde che permea la vicenda è un filtro crudele, vagamente extra-diegetico: impedisce a questo dolore d’esondare, chiudendolo nell’idiozia del suo essere-rappresentato.

solo due elementi increspano la superficie oleosa di queste sagome: il tumore del protagonista e la scena di pesca col padre. momenti che fanno emergere qualcosa d’irrisolto o di morboso, che in qualche modo mettono in gioco una paradossalità macabra destinata ad assumere lineamenti spaventosi. sono lacerazioni: gesti che concretizzano l’idiozia alla base di questi fantasmi, costringendoli a soffrire (come bambini, appunto) al di là delle loro possibilità discernitive (e, e questo c’interessa di più, al di là delle capacità discernitive di un cinema così appiattito). il loro sapore è quasi filosofico, nell’ottica in cui l’apparato concettuale arriva a scuotere la lineare mediocrità d’un racconto che non vuole assolutamente farsi sfiorare dal caos che lo circonda e lo precede (e probabilmente lo segue). più che un semplice film minore, questo be sure to share è il tentativo di formulare un’intimità che faccia da antidoto alla deriva cosmica che deforma tutto ciò che le sta attorno – un gesto che fallisce e s’arena nella propria ambiguità, non riuscendo a colpire né nel segno d’una commozione né in quello d’una riuscita coordinazione tra intenti e forme.

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