Suicide Club di Sion Sono

una misteriosa ondata di suicidi di massa spinge la polizia a sospettare dell’esistenza di un ‘club del suicidio’, sinistra organizzazione che impone ai suoi membri di porre fine alla propria vita e che probabilmente utilizza la rete per diffondere il proprio verbo. l’indagine s’imbatte in una serie di sviluppi imprevisti: rotoli di carne dentro borse bianche recapitati direttamente agli investigatori, telefonate emblematiche da parte di bambini, ambigui e deliranti profeti che reclamano a gran voce l’attenzione dei media.

suicide club è un thriller oscuro, torbido, la cui struttura si attorciglia su sé stessa in modo quasi sadico fino ad ottenere un turbine truce che opprime e soffoca senza sottrarsi all’impasto iper-pop che l’ha generato. quella che dapprima sembra soltanto una trovata cinica e maniacale dagli esiti quasi puramente iconici – far suicidare delle scolaresche sembra una provocazione socio-culturale che si riflette interamente sul doppio filo ‘mostrare la morte di un giovane innocente’ ‘mostrare un giovane innocente che si dà la morte – in modo talvolta efferato’ – si rivela ben presto essere il risultato ultimo di una riflessione che s’affretta a svelarsi come filosofica in senso stretto. le rivendicazioni critiche che si hanno come esiti sembrano superflue, essendo che il film in fin dei conti fotografa in modo esasperato e più-che-nichilista uno stato di cose ben preciso: la società post-moderna diviene una dittatura della relazione e la scoperta di sé stessi (di una singolarità che assume le sembianze di un evento anarchico) può avvenire soltanto con la morte. la riflessione che sta dietro il discorso (che torna più di una volta e che sul finire diviene un vero e proprio mantra ripetuto all’infinito, rimanendo pur sempre immersa nell’alone criptico e profetico che fin dall’inizio ce la consegna) del ‘collegamento con sé stessi’ è il risultato di una speculazione divertita e crudele sul ruolo delle immagini e delle relazioni nella società che di sole immagini sembra costituirsi e di sole relazioni sembra nutrirsi (e farsi nutrimento). può sembrare, ad una prima analisi, che il film sia un episodio di post-modernismo ferocemente intenzionato a far scempio della sua stessa carcassa culturale: quest’apparenza viene abbandonata soltanto con l’approssimarsi del finale quando grazie al ridicolo e megalomane istrione che risponde al parossistico nome ‘genesis’ si è resi partecipi della meschinità che compone l’ambivalenza che regola le forze in gioco nel mondo descritto da sono. i bambini che parlano alla tizia che scopre i responsabili dei suicidi, infine, svelano ancora di più la complessità che questa lettura si porta dentro (la metafora della formazione della pioggia e l’accenno alla confusione tra vittima e carnefice – non è un caso che dietro i ‘cattivi’ non ci siano persone adulte, ma apparentemente innocenti pargoli – carnefici, ma inequivocabilmente anche vittime): il mondo contemporaneo (la dittatura dell’immagine) altro non è che l’esasperazione di un processo che è sempre esistito e che forse si dà come esasperato soltanto adesso che è in grado esplicitamente di darsi (il ballo delle dessert come orgia dionisiaca) – la riflessione sulle relazioni altro non è che la riproposizione di un disordine che non inerisce l’apparire, ma l’essere (il poliziotto punta la pistola alla sua immagine riflessa – e anche a noi che guardiamo – ma infine rivolge l’arma contro sé stesso). il suicidio diviene non tanto un atto anarchico di riconciliazione col sé quanto più in generale uno stupro epistemologico in grado di annichilire in un colpo solo un’infinità potenziale di sistemi (dicotomici e non: i già citati vittima/carnefice e forma/contenuto, i sempre più politicizzati autorità/sudditanza e produttore/utente, il più immediato genitori/figli – del resto non è del tutto improprio ridurre il tutto alla lettura dello scontro generazionale, nonostante la stessa da un certo in punto in poi venga trascesa).

le sagome di sono, in tutto questo, s’agitano ridicolmente ed altrettanto ridicolmente muoiono (e quest’irriverenza lascia tristemente attoniti nonostante cerchi di strappare dei quasi-disgustati sorrisi – l’esempio è quello dell’orecchio che viene gettato giù dal cornicione): affiora l’idea (che poi sarà centrale) di un protagonismo iconico, divertito, essenzialmente teso alla conoscenza di sé stesso. sono i giovani eroi suicidi il centro indiscusso della narrazione, e non stupisce tanto il fatto che si suicidino con una facilità disarmante quanto piuttosto la stupida esasperazione che precede un atto così decisivo. quando si viene a sapere che questa morte altro non è che un gesto autentico e rivelatore si è liberi di trarre la conclusione più ovvia: la demenza di questi eroi tragici altro non è che il loro modo di aderire all’immagine che ce li rende. nel sottrarsi al dominio dell’immagine, essi aderiscono completamente alla sua dittatura: è la parabola di iconizzazione che avrà il suo culmine in love exposure e che più in generale si farà consapevolezza grammaticale prima ancora che ricorrenza poetica. che infine la morte sottragga effettivamente da questo dominio, che quindi lo strappo epistemologico funzioni o meno, che il suicidio rappresenti davvero un atto anarchico e non sia soltanto un ennesimo momento definito soltanto internamente ad una relazione (ad un’immagine) non è dato saperlo.

suicide club è un thriller decisamente più sadico e filosofico di quanto non possa sembrare ad una prima occhiata. il suo valore, al di là della disinvoltura con cui si oscilla tra un genere cinematografico e l’altro, inerisce la capacità (embrionale, ma già efficace) d’affrescare un mondo abitato da sagome idiote ma sofferenti (idiote nell’essere sagome, sofferenti nell’esperirlo: di qui all’esplicita meta-teoria il passo non è così ampio) tese alla ricerca di qualcosa che infine non si degna neanche di manifestarsi esplicitamente. tutta questa morte, tutto questo sangue sono forse un modo di ridurre l’essenza di cui abbiamo ipotizzato la centralità alla sua stessa apparenza.

[★★☆☆☆]

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