Enter the Void di Gaspar Noé

(articolo in via di revisione)

noé questa volta opta per un film in cui più che mai la struttura narrativa si sovrascriva a quella della narrazione in sé. la trama è decisamente secondaria e si perde in abissi di dilatazione che rendono l’esperienza visiva quasi antinarrativa del tutto. si parla di uno spacciatore che viene ucciso dalla polizia e del suo viaggio post morte tra le persone che lo hanno conosciuto tra passato, presente e futuro, fino al completamento del ciclo finale.

si percorrono le tracce teoriche del libro tibetano dei morti tramite l’utilizzo dei colori e di certi passaggi narrativi. la visione del film nel caso in cui non si conosca minimamente questa roba non ne risente affatto.

questa volta il protagonista non ci parla mai, vediamo semplicemente tramite i suoi occhi dall’inizio alla fine (la prima scena è un lungo piano sequenza in soggettiva, nelle fasi successive alla sua morte l’ottica non è più terrena ma quasi evanescente, spiritica, uno sguardo non vincolato da leggi fisiche ma comunque presente nel mondo, sul finale si torna in soggettiva per l’evento della rinascita). la scelta di non farlo parlare elimina l’impianto-racconto postesistenzialista, elimina taxi driver e seul contre tous.

non c’è parlato, c’è soltanto visione pura che è movimento e vissuto continuo. per questo è così difficile anche fare un riassunto di quanto accade sullo schermo senza semplicemente enumerare scene su scene in modo ‘lui muore, vede questo, vede quest’altro, vede questo, alla fine vede questo’.

il protagonista diventa un avatar dello spettatore. lo sguardo registico scompare oltre quello narrativo, possiamo dire che la regia sia una regia fantasma soltanto perché non c’è narrazione esterna alla narrazione del film, non c’è un piano metateorico esplicito come ad esempio potrebbe essere quello del disporre l’inquadratura in un certo modo per filmare un certo evento che accade. il piano registico c’è ma si eclissa all’interno del personaggio. è uno sguardo sempre presente quello che vediamo, non ci sono inquadrature disposte all’esterno del sistema dentro-l’opera.

lo spettatore si fa testimone di una visione che è un percorso intimo e sofferto, ma proprio per questo suo profondo silenzio mai sofferente. potrebbe essere un film drammatico e invece sembra quasi che il piano emozionale si trascenda continuamente per portare su di uno immateriale e puramente visivo.

è una seconda vita che si ambienta dopo la morte. una seconda vita anche per chi lo sta guardando, un personaggio che si muove da solo ma che sovrascrive la visione di chi è davanti allo schermo. in questo senso è un film che fa pensare parecchio al ruolo dell’arte e al ruolo della relazione nel mondo del flusso di dati.

quando l’esperienza di fruizione artistica si fa esperienza dell’avatar (in cui ‘avatar’ è da intendersi sia in senso religioso che in senso tecnologico) la produzione del pezzo d’arte diviene una finestra su di un mondo soprarelazionale, in cui ogni visione è testimonianza di sé stessa ed ogni opera si muove da sola, ed osservarla altro non fa che farti vivere come lei per un lasso di tempo determinato. da questo punto di vista è un film (forse involontariamente) di un’avanguardia che non si limita allo stile registico, ma che va ben oltre nell’interpretazione del ruolo dell’arte, dell’autore e dell’audience.

basti pensare all’eclissi dell’autore sopracitata, che però è anche sua massima esplicitazione: più che mai questo film sembra essere chiuso in sé stesso ed indipendente da uno sguardo registico esterno. è come un profilo di un social network del futuro, una testimonianza resa a sé stessa di un mondo che puoi rendere tuo semplicemente aprendolo a te ed aprendoti a lui.

il fatto che il protagonista viaggi post-mortem potrebbe portare ad altre considerazioni più metafisiche che altro che qua è meglio se le accenno e basta: l’avatar non muore alla sua morte fisica, la sua esistenza continua a muoversi. questo da un punto di vista narrativo sfocia nel metafisico e da un punto di vista concettuale semplicemente in un ulteriore passo in avanti riguardo l’entità del flusso di dati. la relazione ha come fine ultimo il distacco dai relazionanti e la sua permanenza al di là degli stessi. in questo caso la vita si toglie da sé stessa e la morte non è che un passaggio. si fa pura esistenza e torna a vincolarsi al terreno. è un passaggio religioso/filosofico ma anche puramente teorico-artistico.

visivamente il film è davvero fico, sia per fotografia che per dinamismo di camera, magari gli epilettici si tengano un po’ a distanza per le scene in cui ci sono le luci a intermittenza.

soffre soltanto di alcune forzature tematiche dentro-la-storia. rese sì marginali da tutto il resto, però comunque evitabili e provocatorie, laddove sembra che la provocazione provi a sfociare oltre l’adombramento degli eventi con una forza teorica quasi molesta, come peraltro è sempre successo negli altri lavori di noé.

[★★☆☆☆]

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