Enter the Void di Gaspar Noé

“l’occhio al di là dell’occhio”, ha scritto qualcuno parlando di enter the void con riferimento alla possibilità di questi sguardi di oltrepassarsi lasciandosi alle spalle la propria corporeità: la sequenza della morte del protagonista e l’abbandono del suo corpo da parte dello sguardo (che è il nostro sguardo) indicherebbe quindi una trascendenza, che dissolve in un sol colpo la necessità del corpo e immaterializza la possibilità della visione, che si rende un’esperienza pura e astratta da qualsiasi briglia materica. “l’occhio al di là dell’occhio” è un organo di senso indeterminato, astratto, che produce visioni e da esse viene richiamato:
– nutrendosi di luce, quando transita da un piano all’altro della sua realtà tuffandosi come una falena nell’esposizione massima del visuale, in una luce accecante, non più apocalittica come la fiamma di lynch ma virtualizzata, effimera, vuota. l’estetica al neon della postmodernissima tokyo di noé inneggia a una vacuità impazzita, gonfia di cromatismi innaturali e di allucinazioni, ed è proprio una sua sublimazione (la lampada, la luce casualmente rinvenuta su un soffitto, su un comodino, accanto a un letto) a svuotarla. quest’occhio si nutre di luce e vi si tuffa volentieri dentro come se ogni suo movimento le gravitasse attorno. giacché per l’immagine gravitare attorno alla luce è gravitare attorno alla propria apocalisse, e giacché se questa luce fosse fuoco brucerebbe, e non svuoterebbe, lo sguardo trasceso di enter the void vaga in cerca di qualcosa che lo assolva e liquidi e insiste nel trovare solo un nuovo vuoto: e quest’immagine non può prendere fuoco né scottarsi, perché non possiede (di nuovo) un corpo;
– nutrendosi del desiderio, e qui sorge un problema. spesso questi occhi si soffermano su ciò che più è scabroso, su ciò che più sconvolge e disgusta (altrove il procedimento sarà esemplificato dal piano-sequenza di uno stupro, dallo sfracellamento di una testa, da un close-up di un’eiaculazione) e con una simile morbosità essi si schiacciano tra i corpi fino quasi a toccarli, a premervisi sopra. è questo uno sguardo che ha rinunciato al proprio corpo, ma che desidera i corpi (e la corporalità) che lo circondano almeno quanto desidera una propria annichilazione puramente visiva – la luce appunto. “l’occhio al di là dell’occhio” si rende quindi una concettualizzazione problematica, perché da una parte fa sì che la fisicità e la materia dello sguardo (tr)ascendano rinunciando ai propri presupposti corporali, dall’altra lascia che queste visioni si agitino alla ricerca di qualcosa che le soddisfi in senso erotico.
cosa si intende allora per “occhio al di là dell’occhio”? cosa avviene a questo sguardo nel momento in cui nasce soggettivo e poi si abbandona, fluttua e si perde al di là dei corpi?

innanzi tutto esso innegabilmente si riduce a matrice invisibile, viene emesso da un punto cartesiano impalpabile e immateriale: la naturalezza con cui ciò avviene (e con cui, avvicinandoci al finale, si viene a sapere che è probabilmente sempre avvenuto) si trasforma qui in una riflessione sulla coscienza che non può che passare per la questione del visuale. non è un caso che anche la prima sezione in soggettiva sia intervallata dalla sequenza del trip: se è vero che l’occhio è ancora un occhio è anche vero ch’esso non appartiene a un sistema di organi e pelle e ossa eccetera, piuttosto è evidente che è semplicemente posizionato al suo interno (o sopra) ed è in grado di allontanarvisi ogni volta che gli si rende possibile (con l’espediente della droga, ma non è difficile immaginarvi al suo posto quello del sogno). enter the void allora specula sulla coscienza e la appiattisce al visivo, al dominio della luce, astraendola fin da subito dal legame del corpo ma lasciandola ad esso incollata fino al momento della morte – che a questo punto sembra più una liberazione che una trascendenza, perché non coincide con l’abbandono spiritico di un’anima, piuttosto somiglia alla semplice fuoriuscita di un punto nero (fautore della visione) dall’abitacolo in cui si limita fino a quel momento a restare. come a dire, con tutte le improprietà del caso: la trascendenza è sempre stata tale, il limite corporeo è solo un limite, un confine, non un vincolo, perché lo sguardo vi sosta dentro ma non vi appartiene, tantomeno vi coincide. il punto cartesiano, l’origine, la coscienza quindi è libera di vagare sul mondo e nel mondo da sempre – il suo guscio iniziale appare forse come una presunzione, come l’espressione transitoria del desiderio della carne. quando in futuro lo sguardo si preme sui corpi e sul sangue e sul sesso si muove in questa stessa direzione, come se il suo desiderio esistesse a monte e a valle del suo aver posseduto una gabbia di pelle e ossa. dalla riflessione sulla coscienza si approda subito alla riflessione sulla morte: transizione e liberazione, rito di passaggio più che cesura, apertura di un involucro da cui lo sguardo viene sottratto e in cui brama di tornare (ed è non solo l’involucro del ragazzo morto, ma anche tutto ciò che in esso coincide con la brama, con l’angoscia, col sensibile: quindi un involucro di desideri e di sudore). liberazione anche del desiderio nella sua forma più pura e pre-linguistica, che si chiude infine nell’incesto e in esso si esprime al massimo delle sue potenzialità volitive (stessa cosa che si è vista in seul contre tous, qui trasformatasi in una meditazione esistenziale).

come la coscienza noé vede lo sguardo, quindi il cinema: la violenza dei suoi racconti e delle sue immagini è la riappropriazione d’una morbosità e d’una ferocia che si oppongano alla nullità caleidoscopica del post-moderno, la vertiginosa cinetica dei suoi voli pindarici è un abbandono consapevole a una prassi che viene portata alle sue estreme conseguenze fino quasi a lacerarsi. il desiderio al di là di sé stesso non è quindi una mera rivendicazione filosofica, è anche una dichiarazione d’intenti: è questa volizione che si oppone al vuoto, scavandovi all’interno una consapevolezza macabra e nichilista, mai sazia. enter the void affonda nella post-modernità come un pazzo si mescola tra la folla, celando la sua vera natura e scagliandola al di là di un’apparenza avvilita e colorata per poi farla emergere con prepotenza: questo indica anche una possibile rilettura del virtuosismo nel cinema di noé, da sempre in bilico tra un’espressività efficace e funzionante e un puro e velleitario esercizio di stile – esso aliena nel volo pindarico e nel tecnicismo la più cupa volontà di scuotere e di stupire, in ultima istanza di mascherarsi e di opacizzarsi al di là dell’alienazione sfacciata delle proprie angosce. l’esagerata virtù di questa tenuta registica somiglia allora al goffo intervento della cg che si vedeva in irréversible quando improvvisamente sortiva una forma fallica da un pantalone, o quando l’estintore si abbatteva ripetutamente sulla testa dello stupratore fino a polverizzarla, oppure preannuncia quella che sarà la più ardita (e posticcia) inquadratura del successivo love: sono una maschera destabilizzante, depistante per sua stessa natura, cucita per di più su una precisa collocazione culturale e spettatoriale – atta quindi a scartare sia l’attenzione del pubblico generalista, a inorridirla, sia a provocare sgomento nella fascia più intellettuale di fruitori. il kitsch, del resto una componente fondamentale di tutti questi sguardi, dai titoli di coda alle insegne luminose, dai feti sanguinolenti ai muri incorporei, è anch’esso di derivazione lynchiana (come la ricerca della luce): impossibile non ricordarsi del sottofondo dei rammstein per lost highway, e qui come lì esemplifica un’indiscrezione, un rigurgito popolare e grottesco, specchio di un organismo d’immagini impazzito e alla deriva in cui non esistono più distinzioni né direttrici. non privandosi di questa vacuità, enter the void esplode comunque in un delirio tutto suo, fatto di dilatazioni inutili e di altrettanto inutili fluttuazioni, al cui apice non c’è altro che un nuovo nulla.

di nuovo, “l’occhio al di là dell’occhio”: un occhio che in quanto sguardo si libra privo di una corporalità, che in quanto visione non può però rinunciare al suo desiderio, ai suoi appetiti – sessuali in quanto (pre-, ma anche post-)umani e visivi (la luce) in quanto immaginali. questo film, esperienza estenuante e immersiva, che mescola il fruitore all’utente e costringe entrambi a viaggiare attraverso aperture soffocanti e claustrofobiche, colori opprimenti e sotto-testi ossessivi, si oppone alla sua stessa vertigine nel momento in cui vi si abbandona: il suo intento vandalico satura qualsiasi volontà estetico/narrativa, porta al collasso. quella luce verrà raggiunta ma essa di nuovo non brucerà – non ci sarà altro che un nuovo vuoto, un nuovo corpo, quindi una nuova vita. ma soprattutto una nuova morte. all’interno del cinema post-moderno s’inizia a non vedere altro che questo: nuovi desideri, nuove brame, nuove angosce, tutto alienato in una danza macabra e demente che, sempre di più, si mondizza. e se altrove avremmo potuto distogliere lo sguardo è sempre più chiaro che, laddove lo sguardo ci eccede e ci contorna, non è più possibile sottrarsi al dominio delle visioni. la soggettiva eterna e cangiante di noé allora somiglia più a una profezia oscura che a un espediente tecnico.

[★★★☆☆]

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