Nymphomaniac di Lars Von Trier

parlarne come di due film separati è un po’ inutile essendo che alla fine non c’è tutta la differenza che ad esempio puoi trovare tra kill bill vol.1 e vol.2, ho pensato che tanto valesse rischiare di parlarne un po’ più a lungo ma di accorparli in un solo nucleo, come di fatto sono da intendersi e da vedersi nonostante qualche differenza tra le prime ore e le seconde.

il film parla di una tizia che viene pestata a sangue e raccolta da un intellettuale che se la porta in casa e le chiede di raccontargli la storia della sua vita. suddiviso in capitoli, il film alterna quindi parti della vita della protagonista (dall’infanzia al momento del pestaggio) a parti speculative con l’intellettuale, che fungono sia da incipit sia da commentario ai vari episodi riportati.

von trier vuole fare un’opera complessa e gigantesca e ci mette dentro praticamente tutto quello che gli passa per la testa: si parla di religione e di politica e di sociologia e lo si fa rapportando tutto al sesso, chimera della vita della protagonista e praticamente ogni racconto. a dire il vero il sesso, e questa è una cosa carina, viene esibito in modo tale da essere annullato. si parla di cose che stanno attorno al sesso laddove il sesso è vissuto da una ninfomane come parte del continuum della vita. non c’è morbosità nel rapporto col sesso in questo film, nonostante praticamente compaia quasi in ogni scena. c’è senso di degrado e di colpa ma è più interno al personaggio che alla narrazione. è una sorta di eclissi della sessualità il rimarcare atti sessuali con questa frequenza.

le storie raccontate sono tante ed ognuna ha un tema centrale che viene simbolizzato, sezionato, trattato, infine commentato.

ancora una volta però si parla di un impianto fondamentalmente dicotomico, anche se complicato da sfaccettature decisamente più numerose (sembra quasi che la mole del film sia finalizzata soltanto ad un’aggiunta continua di tematiche inessenziali, tanto per dimostrare di non aver tralasciato troppe cose). la libertà anarchica e distruttiva con la quale la protagonista cerca di soddisfare i suoi bisogni, additata da lei stessa come ‘orribile’, si emargina da sola prima di essere emarginata dalla società e si scontra con una certa parte pacata e progressista di quella stessa società (l’intellettuale) disposta invece ad accettarne la natura. la dicotomia sta ancora una volta tra la discontinuità naturale ed una sovrastruttura razional/relazionale.

nel serrato dialogo che la donna intrattiene con lo sconosciuto quanto disponibile tizio che l’ha soccorsa assume i caratteri di tensione continua tra lo scontro e l’avvicinamento empatico. sono personaggi antitetici: lui non ha mai avuto contatti col sesso, ma ne ha studiato molto, lei praticamente ci è vissuta dentro ed attraverso; lui non avverte colpe nell’atteggiamento naturalmente caotico e distruttivo di chi cerca di placare le proprie pulsioni, lei avendone sofferto vive una colpevolezza inespiabile. nella tensione dialettica e speculativa delle loro parole si genera una visione del mondo che è duplice, che da una parte si consola e si educa e dall’altra cerca di chiudersi e piangere sé stessa.

alla fine si arriva ad un punto in cui la società (intesa in senso puramente relazionale) ha un rigetto completo nei confronti di chi la sfrutta minandone le fondamenta (al solo scopo di preservare la propria libertà quasi caoticamente e naturalmente individualistica). di qui il pestaggio finale, accompagnato peraltro dall’utilizzo dello strumento sessuale come rivalsa su chi lo ha sempre utilizzato in modo tutto sommato innocente (dove l’innocenza però non si è fatta scrupolo di calpestare vite altrui).

la donna torna ad essere una figura potentemente ferina, anche se questa volta il suo esserlo la eleva al di sopra del resto del mondo in modo individualistico/artistico. l’intellettuale alla fine cede alla fascinazione di una creatura così discontinua e oscura e viene punito da una reazione anacronistica. il caos si esprime in un gesto sorprendente quanto ironico e caustico, ed il femminismo imperante nell’ultima parte del discorso dell’intellettuale suona quasi come una presa per il culo allo spettatore benpensante.

ho tralasciato i racconti e le loro tematiche perché alla fine sono quasi riempitivi. ben descritti, a volte (soprattutto durante la prima parte) trattati con una regia divertita e quasi scherzosa, rimangono dal primo all’ultimo quasi fini a sé stessi presi singolarmente. alcuni poi sono del tutto evitabili.

il volume 1 resta piuttosto incompiuto proprio per questo, proponendo una serie di episodi che finisce nel nulla e che nel nulla rimane. la seconda parte, più definita e più centrata, arriva al finale bene e si fa apprezzare di più. l’opera ha un valore nel suo complesso e basta, anche se probabilmente non un valore così grande come la pretenziosità di certi passaggi lasciava sperare avrebbe avuto.

è un film carino ma che parecchie volte gira a vuoto. poteva essere decisamente più breve e decisamente meno superfluo, soprattutto in vista del fatto che le tematiche in fin dei conti sono le stesse degli ultimi due film di von trier, esposte in modo soltanto più prolisso.

la fotografia si fa apprezzare, la musica dei rammstein è ironica e grottesca e non so quanto questo effetto sia voluto ma funziona e si incastra bene all’interno della cinica sardonia che regge l’intero complesso concettuale.

[★☆☆☆☆]

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