Gerry di Gus Van Sant

due tizi si chiamano gerry e non si sa dove stiano andando ma si perdono per il deserto.

la trama è minimale, come minimale è lo spazio dei dialoghi. la regia si regge su piani-sequenza che insistono più che altro su dilatazioni di momenti in cui la narrazione è totalmente assente. i due camminano, camminano parecchio e non dicono niente e la telecamera li segue con una pazienza ed una insistenza esemplari: i protagonisti di queso film sono il tempo e lo spazio.

la caduta nella disperazione si costruisce sul paesaggio, la psicologia dei protagonisti sta dietro il loro muoversi nel mondo, la stanchezza dello spettatore va di pari passo a quella dentro la narrazione e non grazie a dialoghi o smarrimenti recitativi, quanto a riprese dilatate e stancanti quasi fino all’ascesi. è una regia estenuante, insistente, lenta. è carino che l’evoluzione della trama e dei due gerry non si basi su dei tempi scritti e vissuti quanto su un incedere sempre più saturo di un cammino quasi soltanto naturalistico.

la fotografia è bella, belle sono alcune riprese (notevole, su tutte, quella in cui i due sono in una distesa bianca quasi metafisica e camminano per parecchi minuti, molto lentamente, mentre dalla notte sorge il sole) belli sono i pochi dialoghi, che girano sontuosamente a vuoto come un vaniloquio leggermente divertito e appena divertente.

i protagonisti sono due amici che sanno parlare soltanto di niente e che di niente quasi reinventano il loro universo linguistico (a volte parlano di gerryate e di altri gerry che si muovono per strada e ti viene di pensare ad un impianto allegorico più complesso di quanto magari non sia).

sul finire della narrazione c’è una violenza tanto non spiegata quanto probabilmente necessaria, dove a sua volta spiegarsela neanche è troppo necessario.

la zona desertica che i due attraversano cambia continuamente e sembra che di fatto il loro impossibile smarrimento attraversi una dimensione in bilico tra l’immaginifico ed il metaforico.

non accade quasi niente dall’inizio alla fine. anzi, non accade proprio niente. i protagonisti si perdono dalla seconda scena fino alle ultime, e di questo perdersi si compone la faticosa (anti)narrazione dell’ora e mezza di durata complessiva.

nel suo insieme, il film sembra più una meditazione sul cinema, un tentativo di ‘incarnare’ il mondo della visione in quello della percezione (il tessuto di immagini si rende universo, mondo, vita, lo sguardo di van sant si rende presenza/assenza quasi-divina).

ps. nei titoli di coda c’è un ringraziamento a bela tarr che suona quasi come una presa per il culo bonaria.

[★★☆☆☆]

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