Elephant di Gus Van Sant

al centro della scarna narrazione, priva di sviluppi quanto fotografica, c’è la carneficina che avviene negli ultimi minuti.

il resto del film si compone di un quasi documentaristico presentificarsi di più vite, scarsamente interessanti quanto elegantemente seguite (ancora piani sequenza parecchio dilatati e talvolta parecchio stancanti, per fortuna questa volta sostenuti dall’architettura ad intreccio e dai dialoghi spesso presenti) all’interno della scuola nella quale si esprime in seguito la violenza finale.

il metodico incedere registico annulla ogni tentativo di empatia, rende lo spettatore uno spettro disinteressato al fianco delle poco accattivanti istantanee che vengono disposte sul tavolo. i giovani che vediamo dall’inizio alla fine sono dal primo all’ultimo votati alla rovina, inattesa ed insensata, eppure non si fanno amare né rimpiangere né compatire né apprezzare.

ancora una volta, prima della morte non accade praticamente niente. sembra che la vita si componga del suo essere vissuta soltanto tramite un drammatico senso di attesa, attorno al quale si struttura l’intero stancante edifico compositivo dell’opera.

il sangue che scorre nelle ultime riprese, anch’esso asciutto e distante, è il perno di tutte le vicende che si vedono durante il film. suona quasi come una liberazione metateorica, una validazione romanzesca, si presenta quasi come il motivo d’essere di quanto precedentemente proposto.

i riferimenti teorici sono più estetizzati che altro, ma sono anche superflui ai fini della lettura del film. il respiro non è metaforico né allegorico né narrativo, più che altro tutto ruota attorno alle modalità dello sguardo registico, siano esse formali o concettuali.

alla fine di questi film hai sempre l’impressione che tutto stesse in piedi a giustificare una sterilità tematica di fondo. che è un peccato perché sono di fatto semplicemente belli da vedere.

[★☆☆☆☆]

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