The Tribe di Myroslav Slaboshpytskiy

si sentono soltanto i rumori di ambiente dall’inizio alla fine. non c’è musica, non ci sono parole. l’utilizzo di un cast di sordomuti sembra lanciare un ponte verso una dimensione universalizzante, in cui il linguaggio è di tutti e di nessuno, in realtà non lo fa e ne lancia uno ad una dimensione ben più terrena: i personaggi, spesso presi anche da lontano in riprese statiche o a scorrimento, agiscono per mezzo di una ritualità che a stento comprendiamo e che se comprendessimo sarebbe più etologica che critica; in pratica i personaggi sono animali, nel senso che sono esseri umani animalizzati semplicemente tramite la deprivazione del mezzo linguistico o del mezzo interpretativo (non fornito allo spettatore).

a dire il vero il film ha proprio un andamento che oltre il narrativo sta sul documentaristico, grazie soprattutto a scelte di regia (predilezione per pianisequenza a camera fissa o mobile) ed alla decisione di non far parlare mai nessuno né di far sentire mai alcuna nota musicale. praticamente si crea un cosmo narrativo naturalistico, in cui dalle pareti agli aborti è tutto nella stessa dimensione tra il familiare ferino e l’incomunicabile preculturale. le gerarchie, l’andamento del gruppo, la stessa violenza appaiono sottoforma di meccanismi riconoscibili ma sfuggevoli, come guardare un documentario sulla vita di branco di qualche animale senza la voce sotto che ti spieghi cosa sta succedendo.

questo più che altro nella prima parte. la seconda disattende e delude, anzi per essere più specifici si perde nel narrativo dove invece la prima si era tenuta nel limbo tra una narrazione ordinaria ed un carattere descrittivo che appunto regalava il documentaristico, e con esso l’universalizzazione dell’incomunicabile ferino/umano.

il film diventa praticamente una storia che neanche ha più a che fare col ‘branco’ di cui la prima parte sembrava interessarsi maggiormente. il tizio che prima si è introdotto in questo ambiente criminale tra prostituzione e roba così comincia ad avere una relazione con una delle prostitute e si incazza e tutto va a puttane fino all’esplosione finale.

l’andamento si fa più serrato, c’è una sorta di crescendo (anti)emotivo, di fatto la narrazione prende il sopravvento e tutto diventa una sorta di thriller/drammatico su un mondo criminale adolescenziale.

è come se le trovate registico/concettuali disattendessero sé stesse, dimostrandosi quasi inconsapevoli. il senso di decadimento e di catastrofe si rende quindi più piccolo, come la storia, che anziché allargarsi facendosi pura narrazione si rimpiccolisce, fa svanire l’impianto-ponte. si ottiene che l’universale si fa contestuale, che la regia asciutta si fa testimone soltanto di un’asciutta violenza. ho avuto l’impressione che tutto quello che di buono avevo pensato durante la prima parte non fosse stato che una mia idea campata per aria.

e poi si ha l’esplosione finale che rende il tutto ancora più anacronistico. è un finale alla reygadas, in cui la violenza prende un sopravvento che stavolta getta davvero un ponte verso qualcosa di altro, perché è semplicemente fuoriluogo. il che in reygadas ci sta perché presentifica ancora di più il metafisico od il metanarrativo, qua invece non si sa semplicemente cosa faccia. succede e basta.

a questo punto poteva anche metterci musica e parole nella seconda parte, almeno sarebbe stato un mediocre film su l’avvento dell’amore in una società protolinguistica, non un film mediocre a metà tra il descrittivo il narrativo e il decentrato.

[★☆☆☆☆]

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