Mulholland Drive di David Lynch

[articolo in via di revisione]

altro film sul tema del doppio psicologico (che è individuazione di interiorità d’immagine e gioco su questa stessa individuazione) stavolta insozzato di critica sociale al sistema di hollywood. hollywood come crocevia di un mondo materialista e decaduto? forse. in fondo non è neanche troppo importante.

la vicenda è ancora una volta un puzzle oscillante tra sogno e realtà, tra psicanalitico e pragmatico, che sta allo spettatore ricostruire o ignorare completamente. la trama è praticamente impossibile da riassumere in modo organico senza dire troppo o senza troppo dilungarsi. c’è un incidente stradale che si spiegherà alla fine e una perdita di memoria e poi una prima parte che è costruttiva ed una seconda che sembra decostruttiva, che scombina le carte in tavola. a ben vedere la prima parte è territorio dell’onirico, la seconda del reale (l’andamento del film precedente sembra rovesciarsi). la seconda è praticamente una messa in pratica della speculazione che si attua nella prima.

il tempo del racconto è dilatato, a volte fa marcia indietro, a volte si spezza. la prima parte di film è dedicata ad una sorta di fuga mentale compiuta in punto di morte. la seconda parte ci racconta l’accaduto, ci esplicita il perché dei nodi della prima. è come osservare una seduta psicanalitica in cui all’inizio parla il paziente, in un secondo momento l’analista ci spiega riconducendo ogni simbolo al suo corrispettivo significato. l’interiorizzato si esteriorizza, ma in fondo non era mai stato meno esteriorizzato di così. lo fa tramite espedienti precisi, a volte ironici, le due parti del racconto come sempre si guardano e sembrano prendersi e prenderci in giro.

si intrecciano alla vicenda altri episodi dal respiro surreale. notevole tra tutti la prima scena dell’incontro con l’uomo nero, a ben vedere una riflessione sulla concezione dell’oggetto filmico lynchiana. si suppone che dietro un angolo ci sia qualcosa di inquietante e grottesco, si svolta l’angolo ed effettivamente quel qualcosa c’è. è un’invasione di campo di teoria cinematografica. è un linguaggio favolistico, carico di significati, cervellotico soltanto in una sua razionalizzazione di fatto superflua. prima della sua possibilità di risolversi in un volo pindarico interpretativo, l’immagine resta comunque un momento culturale, una suggestione, una narrazione ambigua per sua stessa volontà.

non c’è tragedia, non c’è disagio interno ai personaggi. l’inquietudine è stilistica, è esterna al sistema, ci sta sopra e attraverso più che dentro. a dire il vero traspare appunto una visione dell’arte talmente intima nei confronti di sé stessa da essere l’esatto opposto della metafisica. è un linguaggio libero, che si libera continuamente, che continuamente costruisce la sua distanza da sé stesso e che in questo modo si fa carico anche di una distanza dalla voglia di farsi comprendere.

è un cinema mai completamente sereno, quello di lynch, sempre tra il cupo e sincretico. ci sono generi che si guardano negli occhi come fossero personaggi invischiati nel gioco dei doppi.

a dire il vero il film stesso guarda il mondo e sembrano invischiati anche loro due (opera e mondo fuori, quindi immagine e realtà-immagine) in quello stesso gioco.

[★★☆☆☆]

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