Inland Empire di David Lynch

questa volta la psiche del personaggio ci nasconde più che mai il suo vero volto. la ‘vera’ protagonista ci apparte in pochissime scene, per una durata complessiva di qualche minuto, e non dice nulla. per il resto il film ci propone una serie di proiezioni mentali della stessa.

dopo una prima parte tutto sommato ordinaria c’è il plot twist che trascina tutto in un territorio dove la comprensione sembra sfuggire di continuo allo spettatore, e questa volta lo fa per un minutaggio più massiccio rispetto agli altri lavori. il personaggio che abbiamo visto come protagonista ed accettato come reale viene sezionato, perde sé stesso, si perde nel set del film che sta girando senza trovarsi più. noi ne vediamo altre facce e lo vediamo catapultato in altre situazioni, molte altre, alcune con referenti effettuali ed altre puramente psichiche. la struttura è disorientante, questa volta più delle altre. l’immagine dà per quasi tutta la durata del film soltanto la sua interiorità, non rimanendo invischiata in una struttura ‘a specchio’ divisa in due metà come quella dei precedenti film: il risultato è uno smarrimento completo della distanza tra interiorità ed esteriorità d’immagine, un sincretismo completo che si risolve nell’altrettanto completo smarrimento dello spettatore nell’atto fruitivo.

la ‘vera’ protagonista osserva in televisione gli attori su cui proietta la sua vita, attivamente quanto retroattivamente (l’attrice che si immagina di essere viene catapultata anche indietro alla sua vita in polonia). è lo spettacolo televisivo che offre alla sua mente il referente che a noi è presentato durante tutto il corso del film. quello che vediamo, in qualche modo, è puramente televisivo in quanto parte del televisivo anche all’interno dell’interpretazione dei significati: un susseguirsi di scatole cinesi di immagini, che si alternano e si universalizzano, il cui intento distruttivo è forse soltanto quello di darsi come tali eliminando qualsiasi intervento demiurgico. il ruolo dell’autore, al di là della creazione di un così complesso mondo di rapporti tra interiorità ed esteriorità cinematografiche, forse va a decadere del tutto (per riaffiorare saltuariamente in qualche auto-citazione).

il film è probabilmente il più inquietante della filmografia di lynch,  grazie anche alle riprese in digitale, che consentono un approccio più libero e più deformante ed una fotografia in qualche modo più vivida ed in qualche altro, appunto, più televisiva.

è un tour de force di immagini e discontinuità. forse si vorrebbe che lo spettatore si perdesse nel flusso, sta di fatto che con una messinscena così profondamente destabilizzante non è questo che si ottiene. non è un film contemplativo, è ancora una volta descrittivo di una serie di stati mentali che potrebbero essere sia contemporanei sia non. descrive una psiche inesistente, una psiche estetica, una psiche che si alimenta e ci alimenta all’interno del flusso delle sue immagini.

la dern è spaventosa e sulla sua prova recitativa si basa gran parte del film.

[★★☆☆☆]

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