Il Cuoco, il Ladro, Sua Moglie e l’Amante di Peter Greenaway

mafiosi in un ristorante, una donna frustrata moglie del boss, un intellettualino seduto poco distante. lei si innamora dell’intellettualino, il boss si incazza, via così.

c’è un’eleganza malata nella disposizione di ogni inquadratura. i colori sono una parte integrante della narrazione, quando vividi e vibranti quando contrastanti quando carnali quando sanguigni. la costruzione delle scene è come quella di un dipinto, sempre. si hanno immagini di una cura maniacale, disposizioni quasi architettoniche, il tutto non è geometrico quanto scultoreo, puramente pittorico, squisitamente segnico.

il tema è pulsionale, si parla di cibo e di sesso con la consueta sensualità che verte al morboso ancora prima di rivelarsi come sensuale. si fa sesso sul cibo, si mangia spesso (la narrazione si sviluppa per cene/capitoli), il nutrimento assurge al simbolico, un po’ come il resto. si finisce per incrudelirsi tramite il cibo, amarsi tramite il cibo, ricongiungersi tramite il cibo. in un contesto che così facilmente si fa grottesco e viscerale l’antropofagia non stona neanche troppo. sembra una versione antitetica e rigonfia de il fascino discreto della borghesia di bunuel, che vuole probabilmente anche scimmiottare in alcune fasi. là la classe sociale era meschinizzata alla ricerca del cibo, qua l’umanità è ridicolizzata nella continua compresenza dello stesso.

l’andamento è teatrale, tragicomico, surreale. i personaggi sono figure drammatiche, intimamente sofferenti quanto profondamente distanti da noi. le loro vicende ci toccano soltanto tramite una stringa teorica laddove il racconto delle loro disgrazie non è fatto per toccarci se non dal punto di vista estetico e tematico. sono allegorie complesse e vagamente barocche, il loro respiro è quello del mito, non coinvolgono e non devono farlo, al più impressionano per la schiettezza deviata del modo in cui vengono esposte.

la musica questa volta come ne lo zoo di venere si accompagna all’immagine senza mai variare troppo. è quasi un articolato rintocco ritmico che parodizza il tragico presentandocelo in forma di macabro simulacro di sé stesso.

greenaway sta in un mondo manierista dove la maniera è parte di una poetica del tutto personale. il suo manierismo è del tutto fuoritempo e del tutto fuoriluogo.

parecchie scene sono parecchio belle. il finale in cui esplodono il grottesco ed il macabro in una sorta di danza immobile è semplicemente squisito. dico squisito perché alla fine la cosa migliore da fare è paragonare questo film ad un banchetto parecchio colorato e ben disposto, ma con cibo sottilmente sinistro, carico, poco invitante.

mi sono dimenticato del cinismo, ma tanto quello emerge praticamente dal distacco emotivo e dal grottesco, di continuo.

[★★☆☆☆]

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