I Racconti del Cuscino di Peter Greenaway

la cosa più notevole questa volta è la tecnica narrativa. prendendo dalle impaginazioni delle vecchie stampe giapponesi, il film procede per narrazioni che si compongono di scritte, immagini in riquadri, incastri cromatici.

la voce si incrocia con le parole che si incrociano con immagini di sfondo, dentro le quali si aprono finestre con altre scene, su cui scorrono caratteri, in cui si alternano colori e bianco e nero.

greenaway riflette sul linguaggio, lo fa col suo solito respiro allegorico e tragicomico, con i suoi soliti silenzi, con i suoi soliti personaggi macabri, situazione tra il grottesco ed il torbido, racconti che sembrano favole malate.

si parla di una tizia orientale che è abituata a farsi scrivere addosso e si innamora più dei segni che degli uomini che glieli lasciano sul corpo. incontra ewan mcgregor che sa un sacco di lingue e le sa scrivere benone e comincia una storia d’amore come sempre in bilico tra l’ambiguità e la deviazione. anche perché lui è l’amante di un editore che potrebbe pubblicare i libri di lei.

la persona è segno, il segno è parola, la parola grafo. la pulsione erotica si origina dall’essere scritti, dall’essere una tela, dal subire l’impronta di un segno che si carica del significato dell’altro.

questa volta la regia si azzarda anche in territori propriamente non greenawayani: ci sono movimenti di camera a spalla, scene diverse dal solito, distanti dalle solite fredde carrellate o statiche inquadrature. la freddezza emerge più dal gelido modo in cui viene trattata la vicenda.

alla fine si arriva ad amare più una pelle che porta inciso un segno che una persona. questo probabilmente a significare che è l’aura linguistica che intesse una relazione a creare i partecipanti alla relazione stessa.

analogamente ai terremoti per 8 donne e 1/2, ci sono eventi di cesura catastrofici, qua gli incendi: perché gli incendi bruciano la carta su cui si scrive, e forse il fuoco è ironicamente in grado di spazzare via il linguaggio dal mondo.

umanità alienata nel segno, esibita nel segno, esistente solo nel segno. questa volta anche all’interno della sceneggiatura. i personaggi sono figure che si innamorano delle figure di sé stessi.

con qualche ridondanza di troppo, questa volta il film soffre di una trama più contenuta del solito. quasi stanca. sono notevoli la parte iniziale, una scena al centro in cui dei tizi irrompono nello studio, qualche altra parte che richiama la tecnica iperveloce (ed iperconfusionaria) dell’inizio.

non è tra i più brillanti nella filmografia di greenaway.

[★☆☆☆☆]

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