The Double di Richard Ayoade

ambientato in una distopia surreale quanto sottilmente surrealista, il film parla di un tizio e del suo doppio. lui è un tipo mediocre, eufemisticamente mediocre, è un fantasma. per i colleghi quanto per la burocrazia quanto per sua madre quanto per le possibili persone amiche che gli passano intorno. una persona che potrebbe anche non esistere e che anzi in parecchi casi ironicamente sembra proprio passare talmente inosservata da non lasciare traccia. il doppio è in tutto e per tutto identico a lui, ma è ovviamente più intraprendente, più esigente, più cazzuto in generale, non ha meriti burocratici ma riesce a stare sopra la burocrazia, non ha meriti empatici ma riesce a stare sopra l’empatia, in pratica è l’opposto del protagonista e si fa strada serpeggiando sulle prime, poi ingigantendosi, infine soppiantandolo quasi del tutto.

il tutto ha un tono stralunato, quasi onirico, amaro. ogni scena accresce la frustrazione del protagonista come di chi sta guardando. i toni a volte si fanno carichi di pesantezza, il tema del suicidio prima marginale si fa sempre più entrante e alla fine diventa quasi il tema centrale.

è un film che parla di alienazione sistematica. da sé stessi, dal sé creato dal contesto, dal sé più intimo. il protagonista non si riconosce e non è riconosciuto dall’inizio alla fine. l’avvento del suo doppio non stride troppo, non rappresenta un evento decisivo, si incastra soltanto nello sviluppo delle cose. il doppio è presunto, è antifreudiano, è sociale, è programmato. nessuno sfugge alla programmazione anche se non si sa per che cosa ci si stia programmando.

la narrazione si avvia con un suicidio e lo stesso suicidio avviene di nuovo, come se ognuno fosse in fondo il doppio di chiunque altro e la determinazione fosse niente più che casuale. il mondo sembra far parte di una deriva postumana, eppure gli ambienti sono sempre chiusi ed in qualche modo intimi, ma di un’intimità non personale quanto sistemica, sociale, meccanicistica.

a dire il vero non si sa bene verso che cosa punti il dito la sceneggiatura. la struttura ricorda vagamente brazil di terry gilliam, ma là eravamo su altri livelli. è un film ambiguo, ma ambiguamente ambiguo, nel senso che al di là del suo essere ambiguo o allusivo o metaforico o semplicemente surreale, di lui rimane quasi una guaina niente più che stilistica.

scorre praticamente come una favola nera, un aneddoto umoristico e un po’ acerbo, più che come un racconto kafkiano (come probabilmente vorrebbe).

alla fine il protagonista sussurra nel buio e pensi a quanto sarebbe stato fico fosse stato semplicemente diverso. non pensi ad alcune scene in particolare, ad alcune trovate particolari, a qualcosa di preciso. nell’insieme, il sistema è coerente e ha poche imprecisioni. semplicemente, resta quello che è.

[★☆☆☆☆]

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