Cosmopolis di David Cronenberg

un giovane ruspante ‘figlio dei lupi’ deve farsi i capelli. ha un impero finanziario che si scopre man mano sull’orlo del crollo, la città è in subbuglio per una sorta di maxiprotesta, un tizio lo minaccia di morte ma lui comunque va a farsi i capelli. un viaggio in una lussuosa limousine nel quale di volta in volta si troverà dinnanzi (quasi favolisticamente) personaggi nuovi.

il clima surreale che avvolge tutto il film è delizioso. i dialoghi sono spesso composti di poche proposizioni, a volte sfuggono verso un piano molto più teorico del normale senza che stoni rispetto al contesto. la sceneggiatura deriva evidentemente da un materiale di partenza di tutto rispetto. parecchi dialoghi non sono altro che un continuo input di argomenti interessanti, posizioni articolate, osservazioni acute e specifiche.

il film non parla di psicologia, quasi per niente, se non di psicologia sociale. i personaggi non sono personaggi con una propria storia, le situazioni non hanno una propria storia, il mondo ha il respiro di una speculazione sul mondo, e così le figure che vi si muovono dentro.

il tema centrale è quello del capitale e della sua trascendenza in flusso di dati. si passa per annotazioni sull’anarchia, sulla marginalizzazione della morte, sull’autorità, sulla mercificazione, si va a finire con un lungo dialogo dal respiro quasi prettamente filosofico, più che sociologico o altro.

ogni personaggio è un piccolo teorico. i dialoghi non sono capolavori di scrittura, nel senso che spesso (forse per necessità) sfuggono all’esigenza di essere ben congegnati per parlare di tutto il necessario senza digressioni inutili. però non di frequente si vedono film con un tale spessore tematico. suona più come un saggio surreale su una vasta gamma di temi che come un racconto.

sul finire il protagonista ci mostra un volto sfaccettato, il metaforismo si allarga, da flusso di dati a rete di comunicazione, da rete di comunicazione a interrelazione generalizzata. si parla di aristotele, si parla di immaginazione, di effettualità, di linguaggio, di semiotica, di epistemologia. lo si fa tramite argomenti semplici ma articolati, atti ad accomodare lo spettatore più preparato e a non spaventare quello più inadatto.

cronenberg ancora sembra voler essere più teorico che regista, e ci propone un film dal respiro più che altro speculativo, parolesco, segnico, forse per la prima volta squisitamente verbale.

(parentesi riguardante le tematiche ad un livello più alto della loro comprensione e fruizione: il respiro è spesso un po’ logorroico, come quello di gran parte della filosofia contemporanea. il post-strutturalismo si impatta con una costruzione destinata ad eccederlo, lo fa in modo un po’ datato, forse. il finale stona proprio per questo, dopo una serie di discorsi parecchio carini tocca vedere una pistola puntata contro la nuca del sistema relazionale. ha senso all’interno del meccanismo narrativo, meno senso nella prospettiva critica. sono cose che si perdonano esistendo nell’ottica di una drammatizzazione del tessuto speculativo, ma che di fatto sembrano appartenere più al metaforismo che all’apparato teorico.)

[★★☆☆☆]

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