Niente da Nascondere di Michael Haneke

(articolo in via di revisione)

in primo luogo l’arte dà sempre sé stessa e in questo caso haneke fa sì che ciò accada tramite meccanismi narrativi, denaturando la sua ottica comunicativa. l’oggetto non è ben delineato, è sfuggevole, i personaggi sono schivi, mai schietti, c’è un’atmosfera di rarefazione e di mistero che non porta da nessuna parte, i nodi non vengono mai al pettine, le problematiche solo a tratti accennate e forse neanche importa troppo.

la cornice è meta-teorica, meta-registica, meta-autoriale. è il nucleo verso il quale fugge l’intero impianto strutturale, un nucleo che sta all’esterno dei rapporti tra i personaggi, del linguaggio parlato (per così dire) relazionale. forse è per questo che i personaggi stessi (che siano personaggi o persone, in questo caso) reagiscono così male. è un po’ come essere il soggetto di un quadro ed osservare per sbaglio la cornice che hai a qualche metro dal piede che delimita i confini del tuo universo. la riflessione (e la conseguente esposizione) di haneke è sotterranea, si muove nel sotto-pelle delle superfici che perturba tanto che la pelle che muove da sotto la superficie la vedi che preme verso l’esterno ma il movimento resta pur sempre sotto.

la trama potrebbe essere quella di un thriller qualunque, ammesso e non concesso che la sceneggiatura poi prenda una certa piega che di fatto non prende mai. una coppia tranquilla con un figlioletto comincia a ricevere delle videocassette con sopra delle registrazioni della loro casa. il sospetto comincia a crescere, ci sono indagini, sparizioni, conti col passato, e alla fine la sacra indeterminazione dei finali di haneke.

ciò che salva il film dall’essere un banale giallo, al di là dell’evanescenza delle conclusioni, al di là del ritmo come sempre sottile ed in qualche modo teso, è il fatto che tra regista e osservatore nascosto le differenze, fin dalla prima scena, sono confuse. la prima inquadratura, così come molte altre, è poi quella che i protagonisti vedranno sul loro televisore inserendo la prima cassetta che ricevono. non chiarendo il supporto che si sta osservando tramite glitch, rumore video differente da quello della normale fotografia o altri accorgimenti, semplicemente il regista svanisce dietro il regista-dentro-la-narrazione.

il protagonista diventa il medium, il medium/audience. come una sola bestia monadica, i due si co-creano esplicitamente (per questa volta). un medium televisivo, autoriflessivo, voyeurista, forse autoironico. l’osservazione confonde, inganna, non si lascia credere. prima si mette in dubbio l’autonomia dell’osservatore, poi si gioca con esso: senza punti di riferimento, dietro ogni angolo potrebbe celarsi un’inquadratura dentro l’opera e non sull’opera. haneke giunge forse al culmine della sua sadica riflessione sul cinema: spinge lo spettatore a riconoscersi come un carnefice, a riconoscere lo stesso regista come carnefice, a riconoscere il cinema stesso come carnefice, in una confusione dei ruoli continua che rende inesistenti i confini tra diegesi ed extra-diegesi. partendo dalle basi di una struttura di-flusso (che priva le immagini di un loro senso, di una loro motivazione, della necessità di una loro giustificazione) quel che si arriva a creare è un mostro meschino e inaffidabile che continuamente specula sulla sua stessa essenza.

sotto-tematiche più romanzesche che semiotiche possono essere rintracciate a piacere nello scontro tra classi tra etnie e quel che vi pare, sono come dei bei colori disposti su una tela a forma di freccia e in questa tela tutte le frecce indicano la cornice del quadro, e ti chiedi che ci stai a fare davanti.

[★★★☆☆]

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