La Pianista di Michael Haneke

morbosità privata prima, di coppia poi, relazionale sempre. dal rapporto con la madre alle insoddisfazioni alle frustrazioni, inibizioni, morbosità, macerazioni, idiosincrasie, infine al difficile rapporto emozionale con l’altro, alla mortificazione, alla cesura, alla disintegrazione.

la pianista racconta una sorta di storia d’amore che è atto conclusivo di una sceneggiata che suona come un monologo psicanalitico.

la continua sudditanza delle pulsioni e la continua loro omissione porta l’impossibilità conseguente di stabilire un rapporto ‘sano’ con una persona altra, che porta il degenerarsi dei rapporti progressivo (e -si ha l’impressione- non cominciato con l’inizio del film ma molto prima) e dagli esiti sempre più imprevisti. tutto accade con la consueta regolarità ritmica e sospesa di haneke, i cui passaggi non sono mai sottolineati da picchi narrativi. haneke sembra non occuparsi di semiotica quanto semplicemente di narrativa, e la narrativa semplicemente la infarcisce di elementi e la infila sotto la pelle delle immagini e delle parole, come sotto un tappeto.

interessante è la reazione della ‘vittima’/’compagno’ ed in generale la sua costruzione all’interno dell’economia dei personaggi: walter è giovane, cerca una storia d’amore in cui si utilizzino parole forti e grandi, il suo ego è rigonfio, si scontra con una visione del rapporto da un certo punto di vista più matura, dall’altro tremendamente più infantile, di sicuro meno convenzionalisticamente romantica. dopo una specie di ‘primo appuntamento’, in un cesso del conservatorio, le reazioni si fanno sfaccettate. non cambiano, si evolvono organicamente, reagiscono a stimoli, non accrescono. la carnefice diventa vittima, l’amore romantico, ferito, si trasforma in uno sprezzante rifiuto di un bambino nei confronti di un genitore. si arriva ad un punto in cui perfino i gesti erotici, inizialmente percepiti con una freddezza imposta dalla remissione e tramutata in masochismo da lei e così vissuti da lui con una certa accondiscendenza curiosa prima, con un rifiuto netto e distruttivo poi, si trasformano e divengono una supplica.

l’evoluzione dell’atto sessuale è una vera e propria traccia che segue la protagonista, e poi i protagonisti. una sorta di freudiana chiave di lettura che semplifica senza escludere. autoerotismo meschinizzato e voyeurista, autolesionismo prima. dominio come chiave d’ingresso, sadomasochismo come risultante di un omogeneizzazione della solitudine nei rapporti interpersonali, poi. supplica pseudoromantica, di un romanticismo malato e non più corrisposto, dopo. infine violenza, ingresso forzato nel nido domestico, vendetta ferina di una bestia innocente e colpita nel profondo.

le cose sarebbero potute andare diversamente, forse pochi ci penseranno questa volta visto che la narrazione si apre già su di una protagonista disastrata da una psicopatologia già ben definita, anche se da noi scoperta man mano.

il gioco tra i sessi è anche un gioco tra le sessualità. è un gioco perverso e macabro in cui chi è ferito finisce per ferire e chi dapprima sembrava volersi astenere da qualsiasi tipo di rapporto finisce per esserne vittima.

bello che ancora una volta nel finale si perda il contatto con la protagonista ed in questo modo si getti lo smarrimento del personaggio nella lettura universalistica, o semplicemente nell’assenza di essa. haneke sembra non dimenticarsi del flusso, in cui violentemente getta la sua protagonista anche al termine di un episodio così più concettualmente ordinario del solito.

[★★☆☆☆]

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